martedì 7 febbraio 2012Direttore Responsabile: Ornella Mincione    Direttore Editoriale: Francesco Meola
 
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Vita da commessa
Quando la mattina si attivano le porte scorrevoli inizia una intensa giornata di lavoro, a contatto con un'umanità varia, divertente ma troppo maleducata

Quando la mattina si attivano le porte scorrevoli il tremore si mischia alle preghiere in quello che appare un lunghissimo minuto di sconforto. Inizia una nuova giornata di lavoro e già sai che ti aspetta un compito ben più arduo di ciò che sulla carta ti è richiesto e per cui sei pagata. Malissimo, ma sei pagata. Questa è la vita di una commessa, un po’ psicologa, un po’ tenera, un po’ severa, un po’ mamma, un po’ bugiarda, un po’ altruista, facendo scorrere il giorno senza pensare ai dolori che ha dalla testa in giù, e più si scende più fa male, senza perdere l’autocontrollo e soprattutto senza lasciarsi andare a troppe emozioni umane.

Per quanto ai limiti della credibilità i fatti che citerò sono tutti veri, accaduti davanti ai miei occhi senza casualità e senza inganno.

Appena entrato nessun cliente saluta la commessa, è lì come un pezzo dell’arredo, uno scaffale, un comò, nessuno dice un semplice buongiorno. Se la commessa dovesse insegnare le buone maniere si sgolerebbe in continui buongiornoebuonasera pur di avere risposta dal campo avversario, ma ha già troppi ruoli da svolgere per farlo quindi decide che l’educatrice non sarà fra questi, pena l’esaurimento nervoso immediato.

Alla commessa può capitare di vedere e sentire cose ai limiti della comprensione, causa l’improbabilità comune nell’imparare ad usare la propria lingua madre, la più bella del mondo oltretutto, e lanciarsi in interpretazioni improvvisate non sempre andate a buon fine, uomini che non scelgono da soli nemmeno il colore delle proprie mutande e donne che aprono lo stesso abito ripiegato in triplice o quadruplice copia casomai l’uno differisse dal’altro di un micron di filo o di colore. La commessa paziente, o quella che lavora a percentuale sulle vendite, si ammazza di fatica in questi casi, ritrovandosi a ripiegare e sistemare la stessa cosa anche duecento o trecento volte al giorno.

I bambini invece sono quasi sempre lo specchio di chi li accompagna, li ritrovi che lanciano per aria alle loro spalle come fuochi d’artificio pile di articoli vari che la commessa ha appena finito di ordinare dopo un’ora di sudata fatica, oppure che rispondono indispettiti da chissà cosa svergognandoti come se fossi un loro pannolino. E a proposito di pannolini, alla commessa può capitare di vedersene cambiare uno in diretta nel proprio negozio senza avere neanche la possibilità di indicare alla mamma un bagno adatto all’esigenza. Le risposte di queste donne farebbero venir la pelle d’oca a chiunque quindi non le riporterò per decenza, oppure nel migliore dei casi può capitare la mammina premurosa che porta con sé un bicchiere in plastica utile all’occorrenza di un figlio dalla vescica troppo facile per aspettare di arrivare nel luogo consono.

Ma il pezzo forte sono le richieste dei clienti. In quel caso la commessa ha di che ridere o impazzire a seconda del carattere o dell’interesse che muove la sua coscienza, donne che entrano in negozi colmi di espositori a vista pieni di lenzuola chiedendo: -avete lenzuola?- Oppure la ricerca del colore perfettamente identico a quel pezzo di stoffa che hanno avuto in regalo dalla nonna cinquanta anni fa, o ancora chi ti chiede accappatoi per cagnolini che hanno freddo in barca, attempati farfalloni con fittizie badanti che chiedono sexy completi a scopi improbabili seppur leciti, e, nel solito andirivieni, può capitare il cliente che ti tiene in ostaggio per ore raccontandoti tutta la sua vita e quella dei suoi ascendenti e discendenti con la scusa di voler comprare una presina da forno.

Solitamente le colleghe della commessa sono tipe simpatiche, rustiche per la maggior parte, con le quali puoi ridere degli eventi anche se avversi; in luogo dell’ennesimo attacco alla lingua italiana, davanti allo sguardo attonito con tanto di sopraciglia alzate e bocca circonflessa della nostra commessa qualcuna potrà commentare: com’è brutta l’ignorantità!; ed un’altra rispondere: è vero, l’ignorantità è troppo brutta! Meno male che esistono queste compagne d’avventura, altrimenti la giornata sarebbe davvero troppo lunga.

Bruna Arena

Bree13libero.it

10/08/2009
 
 
 
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