E venne il giorno in cui si tirarono le somme, non solo quelle dello share e dei televoti che oggi si fanno in tempo reale e non c’è bisogno di aspettare il sabato sera per sapere chi è l’assassino. Oppure, in questo caso, per chi è il beato che ha resuscitato il moribondo in presa diretta meglio di qualunque reality. Canonizzazione per Bonolis, e veloce, mi raccomando, che tra un paio d’anni a queste cifre ci giochiamo pure lui. Al capezzale del barboso festival del “praticamente niente” italo/straniero, qualche giochetto di prestigio ha guarito il male della canzone italiana: ballerine in tutù nero e nudità coperte solo da vernice e meravigliosi cantanti lirici che facevano vibrare le corde anche ai più scettici e profani, qualche polemichetta che sempre serve, il vecchio molto ben mescolato al nuovo, stranezze e conigliette e un ragazzino sardo al quale un po’ di dizione farebbe tanto bene. Non male per un festival che ha aggiunto di tutto un po’ ed alla fine tra solidarietà, letteratura, musica e comicità è diventato una nuova zuppadelcasale: saporita, ma diversa dalla classica. Niente nostalgie sul campo ovviamente, oltretutto io il festival l’ho sempre seguito perché, insieme alla nazionale di calcio e all’inno di Mameli, è l’unica cosa che riconosco come genuinamente italiana. E dopo aver mangiato per anni mozzarella alla diossina mi sembrava un po’ ipocrita cambiare canale mentre ci si batteva per il BelPaese. Si, perché, come spesso capitato in questi anni, ci siamo trovati in battaglia senza saperlo: “o si fa Sanremo o si muore”. Che tristezza ragazzi… Però che meraviglia quel Puccini, e che nostalgia sentire Pino Daniele che canta “Quando”,che opera d’arte in vita quella Arisa,ma che volgarità le presenze maschili, Accorsi e Santamaria che cantano de Andrè senza alcuna velleità artistica bastavano in assoluto a scomporci l’ormone, non c’era bisogno di modelli/valletti prendipolvere e mangiasoldi. Sarà colpa di noi donne, che ci trasformiamo da veline a corteggiatrici e da corteggiatrici a casalinghe disperate mentre Maria fa il grande salto e va sulla rete pubblica e chissà che l’anno prossimo non diventiamo tutte cantanti. Eppure la vedo al festival e un po’ mi fa tenerezza, la rottweiler indiscussa della nostra generazione, paladina dei nostri tronisti e signora protettrice di ogni passo in quel di Mediaset, una donna di una straimitata freddezza che si scioglie in sana emozione e meno sana paura davanti ad uno scalino di troppo ed una nuova scritta in basso a destra dello schermo. Saranno stati i capelli effetto bagnato ma sembrava un pulcino impacciato e già so che non vedremo più Amici con gli stessi occhi. Tirando le somme il prodotto finale, finalista e vincitore è Marco Carta, ragazzo tribolato ma anche amatissimo…la vita prende, la vita dà e questo va molto oltre il valore artistico di una canzone o di una voce. E se Sanremo è sempre Sanremo non è detto che lo debba vincere sempre Al Bano o gli assurdi “Luca” che spuntano ogni anno qua e là, ed il pensiero che un ragazzo come noi ha realizzato un sogno così grande deve darci fiducia e non indispettirci. Lo so, sono un’inguaribile romantica ma sono una donna, che vi aspettavate? Bruna Arena Bree13@libero.it
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