Caserta - Stamattina mi sono chiesta perché mi sono sentita così, commossa, irritata, fragile, mentre vedevo sei bare di perfetti sconosciuti scorrere attraversando il tubo catodico, sei bare fasciate dalla bandiera italiana. Mi sono chiesta il perché di una commozione così forte, io che sono così critica nei confronti delle divise, così cinica quando si parla di guerra. Vedo Roma spenta, la città è diventata all’improvviso mortalmente silenziosa, vedo le immagini scorrere e per un attimo penso di aver toccato il tasto “muto” per sbaglio. Fuori alla basilica di S. Paolo fuori le mura un applauso assordante sfoga la tensione palpabile. Cosa abbiamo vissuto stamattina? La scorta d’onore e le corone d’alloro, le Frecce Tricolori, che in altre occasioni ho definito inutili carrette inquinanti e succhia soldi, le solite facce con l’abito buono ed il verme del rimorso che un po’, solo un po’, in queste occasioni le rodono. Il piccolo inchino di Napolitano, gesto così impalpabile, così diverso eppure così uguale a quelle mani di Ciampi sulle bare dei nostri di Nassirya. I ragazzi che portano i compagni sulle spalle, segnati e spaventati, e tanta sofferenza, madri i cui figli sono tornati in casse chiuse, ed ancora giovani che parlano di libertà e democrazia. Un minuto di silenzio ed un pensiero ci ferma, e poi qualcosa mi fa quasi sorridere, un commento mi lascia spiazzata: i parà hanno un piccolo bar all’interno della base, si chiama “Il tappeto volante”, la sdrammatizzazione in termini del posto in cui stanno vivendo, in cui stanno morendo. L’ho trovata una cosa buffa, una cosa molto italiana. Non so ancora bene perché ma tutti stiamo soffrendo, ciò che chiamiamo morte è un mistero così avvilente da attanagliarci di per sé al solo pensiero, forse è tanto pesante perché questi ragazzi sono morti col tricolore sul braccio. Ed allora mi sono affacciata al mio balcone, sotto un cielo plumbeo ho messo fuori la mia bandiera, quella che usiamo per la Nazionale, quella che apriamo ogni quattro anni, anche se dovremmo tirarla fuori ogni 2 giugno, l’ho stesa fuori a sventolare nonostante la pioggia battente, nonostante il vento forte è rimasta lì affinché il mio cordoglio non resti una lacrimuccia spenta col telecomando. Ed un’altra bandiera, quella che tiro fuori quando penso alla storia del mio paese, quella che mi alza il viso quando parlano male della mia città, quella che mi manda in tilt quando sento qualche secessionista parlare a vuoto, quella l’ho messa sul mio cuore ed allora mi sono sentita meglio. Bruna Arena Bree13@libero.it
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