sabato 4 febbraio 2012Direttore Responsabile: Ornella Mincione    Direttore Editoriale: Francesco Meola
 
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Il sette e il quattro
L'annosa questione Rete 4 e la disinformazione dei più

Oggi si fa un po’ d’informazione. Lungi da me l’idea di rubar mestiere ai miei colleghi che tanto si battono per fare un giornalismo libero e liberale soprattutto in tempi in cui la categoria è imbavagliata in vergognosi silenzi, tant’è che noi giovani dobbiamo abusare della nostra curiosità per avere un po’ di informazione il meno filtrata possibile. L’esigenza di andare un po’ oltre la leggerezza di questa rubrica nasce dalla sua stessa natura: ciò che scrivo, infatti, è frutto per la maggior parte di ciò che vedo o sento dagli altri - è proprio questo il senso della “piazza” - e qualche giorno fa alla fila dal panettiere due signori di mezza età discutevano animatamente sulla questione Retequattro. Avrei forse dovuto apprezzare il fatto che qualcuno sapesse quantomeno che esiste un problema di questo tipo, ma ho sentito così tante assurdità e cattiva informazione che ho deciso di fare un po’ di chiarezza: chiamiamolo un riassuntino dei fatti per non essere tacciata di giornalismo!
Tutto inizia nel lontano 1984 quando un famoso imprenditore di cui vi faccio indovinare il nome possedeva una piccola rete di televisioni locali, ma nel cuore aveva un grande sogno: quello di metter mani sulla televisione nazionale. Tempi duri gli anni Ottanta: una legge cattivona impediva a soggetti privati di avere tale potere; ma un certo amicone del nostro imprenditore, tale Bettino, riesce a fargli un decreto legge apposta ed il sogno si realizza. Per ben tre volte. Una decina di anni dopo qualcuno si accorge che forse il fatto è un po’ bizzarro considerando che le reti nazionali disponibili in totale sono appena 11, così la Corte Costituzionale con una sentenza dice al povero imprenditore che non può continuare ad avere tre reti e gli dà un periodo di tempo, due anni, per risolvere le cose. (Mamma mia che pasticcio, mi sa che con Retequattro sono stato un po’ eccessivo. E ora come si fa? Facciamo finta di niente e forse non se ne accorgono…infatti…). La cosa viene ignorata fino al 1997, anno in cui un’altra legge su misura fa andare avanti le trasmissioni della rete a tempo da definire e le casalinghe disperate degli anni novanta continuano a vedere imperterrite le telenovele sudamericane ed il solito Emilio Fede, che già dal ‘92 era direttore del Tg. Un altro paio d’anni a spasso e nel ‘99 un affascinante baffone capo del governo decide di risolvere la questione con una gara d’appalto per cedere le frequenze di Retequattro. Chi mai avrebbe avuto i requisiti assurdi richiesti se non la stessa rete? Furbissimo. Si racconta che ci fossero talpe di Mediaset in ogni angolo gestite dalla migliore Paola Perego di turno, e già ci si sfregava le mani dalla soddisfazione di legittimare l’illecito una volta per tutte. Ed invece il caso si tinge di paonazzo, colore di sicuro effetto in volto al Berlusca quando si vede arrivare un certo Francesco di Stefano che ha tutti i requisiti legittimi per avere in concessione ben due reti nazionali, vabbè, diciamo che alla fine gliene basta una. Apriti cielo! La gara è vinta proprio da di Stefano a cui spettano le frequenze di  Retequattro che viene concettualmente spedita sul satellite. Ovviamente il tutto rimane un’inafferrabile espressione di idee: nessuno si muove. Inizia una battaglia giudiziaria lunga e difficile, 120 ricorsi in dieci anni e tutti gli danno sempre ragione: il Tar, la Corte Costituzionale, poi il Consiglio di Stato, alla fine la Corte di Giustizia Europea durante la cui udienza il rappresentante dell’avvocatura di Stato italiano si presenta in difesa di Retequattro (sì, avete letto bene!). Nel frattempo la rete legittima, Europa 7, è costretta a dotarsi di una struttura immensa: otto studi di registrazione, 700 dipendenti e Dio sa quant’altro, per rispettare la legge che gli dava sei mesi dalla concessione per iniziare le trasmissioni. Non basta, tutto tace, Berlusconi non si schioda, e cerca di legittimarsi con la legge Gasparri che è, di fatto, una sanatoria per la sua emittente: Retequattro può trasmettere provvisoriamente in barba ad ogni sentenza, alla gara d’appalto e a qualunque altro tipo di concessione vinta da di Stefano. L’Europa ci massacra, ci dà dei discriminatori e dei buffoni, ci dice che il Ministero delle Comunicazioni deve costringere Retequattro a cedere le frequenze, ma come in un film harrypotteriano il Ministro sparisce, forse a batter terra rossa con finti comunisti, chissà.                                                                        
Lieto  fine all’italiana: nel 2009 di Stefano la spunta e vince un risarcimento di un milione di euro - chissà se ci paga almeno cornetti e caffè per i dipendenti negli ultimi dieci anni; e da luglio forse potrà trasmettere utilizzando le frequenze di una piccola rete Rai che ha alzato bandiera bianca, con una copertura infima e senza sovvenzionatori, spariti nei freddi inverni delle battaglie legali senza fine. A noi invece tocca pagare 130 milioni all’anno di multa oltre agli arretrati, per colpa delle allucinanti leggi che abbiamo fatto senza rispettare le infinite sentenze che ci davano torto, mentre il caro imprenditore si gode i proventi pubblicitari di una televisione abusiva!
Di tutto ciò si sentiva vagamente parlare in passato, oggi tutto tace. Da una breve ricerca mi rendo conto che nessun giornale italiano ha mai approfondito la vicenda, ma se andiamo per esempio in Germania il  Frankfurter Allgemeine Zeitung nell'estate 2003 ha dato largo spazio a questa ennesima vergogna all’italiana. Mi imbatto anche in un’affermazione di Dario Fo sull’argomento che cito testualmente: un conto è fare una legge per non finire in galera, un conto è fare una legge per prendersi qualche cosa che appartiene a un altro. Si comincia così e poi si pretende lo Jus Primae Noctis.                                                                       
Sarà in senso metaforico ma io un po’ sfruttata già mi sento da anni (sic!), ma di questo, magari, parliamo un’altra volta, alla mia prossima crisi giornalistica.

Bruna Arena

Bree13@libero.it

09/03/2009
 
 
 
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