Seppure in un’età ben lontana dall’infanzia, mi capita ancora di salire le scale della vecchia soffitta per curiosare tra i ricordi di famiglia ed in modo particolare tra i giocattoli abbandonati. Il mio preferito è una casa di bambole attorno alla quale mio fratello maggiore, artista fin dalla tenera età, mi aveva costruito un piccolo mondo: con del panno verde avevo un giardino, due scatole di scarpe erano un piccolo negozio di vestiti ed un teatro, una vaschetta d’alluminio era una piscina, e da pezzi di altri giocattoli mi aveva creato la casa della vicina. L’ultima volta che ho salito quelle scale ho avuto una triste sorpresa: sul mio piccolo mondo era caduta una grossa pila di mattoni. La corsa per prestare il primo soccorso è stata forsennata, tra ostacoli ed inciampi sono arrivata nell’angolo buio dov’era custodita la mia preziosa casa. Ne era rimasto ben poco. Tra i cumuli di macerie si distingueva a malapena ciò che doveva essere stata la bella piscina, il prato, color grigio e rosso, era completamente stracciato, il negozio era ritornato una semplice scatola di scarpe deforme, tomba degli abiti che fino allora avevo ammirato, provato, comprato. Nella casa della vicina una bambola era rimasta incastrata, tirandola con le lacrime agli occhi, ma cercando la delicatezza nelle mani per non ferirla ulteriormente, sono riuscita a portarne fuori i resti, ma ho dovuto lasciarle dentro una gambina, adesso ha il viso deforme ed è piena di tagli che nessuno le curerà. Il teatro era quasi vuoto, ormai da tempo non me ne curavo più, poche visite, pochi spettacoli, niente fondi alla cultura, ma restava un gran bel teatro, con le tende di stoffa rossa e tutto il resto. Una volta avevamo messo in scena i personaggi de “La storia infinita” fatti di plastilina, ora ne restava del colore rigido incollato sul pavimento, le quinte crollate l’una sull’altra, ed ancora tanta polvere a coprirle. Ma il danno peggiore l’ha subito la casa principale, un edificio di due piani in cui custodivo il resto delle mie bambole. Ripiegato su se stesso sembrava solo un grosso cumulo di materiale da costruzione, non aveva più nulla della mia bella casa. Ho iniziato a scavare, era già buio e vedevo poco, non riuscivo neanche a distinguere un corpo da un pezzo d’arredo, anche se sotto le mani sentivo una sensazione viscida, scivolosa, ho continuato ancora e ancora finché ho trovato la prima bambola, la mia principessa, irriconoscibile, il corpo appiattito, la testa staccata, le mani in avanti piegate come a proteggersi; un’altra bambola l’ho trovata sotto un armadio crollatole addosso, era nuda e spezzata in due parti; poi ho trovato la piccola bambolina che mi faceva da figlioletta, immobile, seduta, senza piedi, falciati da una tegola impietosa, al collo ancora un mio vecchio braccialetto e gli occhi inevitabilmente chiusi per sempre. Ho trovato molto altro sotto le macerie, tra i resti della mia vita, dei miei ricordi, dei miei compagni d’infanzia, ho trovato le bugie di chi l’aveva messa lì assicurandomene l’incolumità, ho trovato la codardia di chi mi ha sentito piangere in soffitta e non è venuto a darmi una mano, ho trovato la forza di fare di quelle vecchie scatole la tomba delle mie povere bambole, e alla fine ho trovato un cumulo di sabbia, sabbia di mare, sabbia corrosiva, salina, ustionante, sabbia viscida e sporca di delitti a sangue freddo, sabbia di palazzinari senza pensieri che siano umani, agevolati nei loro reati da altri palazzinari più potenti. E sarebbe facile dare la colpa a quella sabbia, o sarebbe più facile dimenticare di aver avuto una casa, un amico accanto, un figlio, sarebbe ancora più facile prendere tutto e nasconderlo fugacemente sotto la coltre spessa di una polvere sconosciuta, di una polvere a cui ci abitueremo, di una polvere che saremo e che nasconderà ancora i colori del nostro mondo. P.S. Io stessa sono stata miracolata da un terremoto che si è scatenato a pochi minuti dalla mia nascita. Mi sono salvata grazie ad un padre coraggioso ed una madre di ferro. Volevo farvelo sapere.
Bruna Arena Bree13@libero.it
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