Caserta - Il termine greco politeia risale all'epoca classica. Evoca tanti significati, ciascuno dei quali ha trovato, nel linguaggio contemporaneo, un proprio termine specifico; tanti significati collegati, però, da un minimo comune denominatore: la democrazia. Lo spazio semantico di politeia è un recinto ampio nel quale trovano posto ciò che noi oggi potremmo definire come istituzioni democratiche, ordinamento politico, azione pubblica; ma potremmo ricollegarvi anche espressioni più moderne come opinione pubblica, diritti di cittadinanza, comunicazione pubblica. Ed è per questa ragione che il termine politeia calza a pennello per la rubrica che state leggendo. Una rubrica che si interesserà, in modo particolare, di quella disciplina denominata comunicazione politica che molti, sbagliando di grosso, giudicano figlia degli ultimi decenni, e in particolar modo della televisione e degli altri media di massa. Nulla di più sbagliato: è da quando esiste la democrazia che gli attori politici (i gestori della cosa pubblica come i cittadini) avvertono il bisogno di stabilire un rapporto, un flusso di comunicazione attraverso cui sia possibile spiegare, discutere, controllare e contestare le politiche pubbliche. Anzi: tutti i sistemi politici, democratici o autoritari che siano, per esistere hanno bisogno di comunicare. Anche i regimi totalitari del secolo scorso conoscevano bene le tecniche di propaganda e di comunicazione politica - e spesso le conoscevano fin troppo bene. Comprendere il modo in cui la politica comunica non è fine a se stesso: aiuta a capire quali valori propugnano gli attori politici, che tipo di collegamento intendono realizzare col loro elettorato e con l'opinione pubblica in generale, in che modo riescono o non riescono a rendere intelligibili e convincenti le loro scelte. Abitiamo in un paese in cui si leggono pochi libri, i giornali d'opinione appartengono alle abitudini di un'elite, l'e-democracy non decolla e i grandi partiti di massa sono scomparsi da un pezzo, lasciando il posto a cartelli elettorali poco radicati nel territorio e troppo spesso privi di una precisa identità ideologica. E il discorso politico, anche grazie a leggi elettorali più che discutibili, finisce troppo spesso per coincidere e sovrapporsi allo spettacolo televisivo, diventando uno dei tanti reality con tanto di gossip sentimentali, litigi in diretta, scontri maneschi... Siamo passati da una Prima Repubblica dominata dal voto d'appartenza, durante la quale i flussi elettorali erano stabili e milioni di elettori (anzi, intere famiglie e intere comunità di lavoratori) vedevano nel proprio partito un elemento cruciale della propria vita, della propria identità, un punto di riferimento costante nel tempo; a una Seconda Repubblica in cui è calato il numero dei tesserati, le sezioni di partito si sono diradate, è aumentato l'astensionismo e il discorso politico rischia di frantumarsi in una miriade di dichiarazioni e di battute il più possibile brevi e dirette, chiare ma non argomentate, necessarie però a bucare il video. E' per questo che riflettere sulla comunicazione, in parole povere, significa riflettere sulla democrazia. Antonio Cilardo direttore@tuttiinpiazza.it
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