Di tutti gli album dei Cure questo è indubbiamente tra i più sottovalutati. Anche chi ne apprezza l'originalità, in genere, non lo ritiene ai livelli di "Seventeen seconds" o "Faith", e a maggior ragione si guarda bene dal paragonarlo a capolavori come "Pornography" o "Disintegration". Cionondimeno ci ritroviamo dinanzi a qualcosa di sensazionale. Eccentrico e psichedelico, sin dalla copertina, "The top", uscito nel 1984, è la prova lampante dell'immenso talento di Robert Smith, anima e corpo della band, qui più che altrove (ha composto e registrato da solo, eccezion fatta per le parti di batteria, tutte le tracce). Si comincia con l'attacco duro di "Shake dog shake", i cui riff di chitarra richiamano alla mente l'hard rock anni '70. Subito dopo abbiamo "Bird mad girl", che tratta il tema della follia riecheggiando i versi di "Love in the asylum" del poeta gallese Dylan Thomas. Si passa poi per l'orientaleggiante e mistica "Wailing wall" e la frenetica "Give me it", prima di sognare sulle dolcissime note di "Dressing up". A questo punto troviamo una fantastica "The caterpillar", con percussioni dal ritmo tribale e un cantato tartagliante che risulta infantile e sensuale al tempo stesso. Seguono l'ottima "Piggy in the mirror" ed "Empty world", accompagnata da una sorta di marcetta militare. Tastiere quanto mai psichedeliche la fanno da padrone in "Bananafishbones", ennesimo pezzo dei Cure ispirato a una fonte letteraria ("A perfect day for Bananafishbones" di Salinger"). Infine, la traccia che dà titolo all'album si pone come degna conclusione di un lavoro ispiratissimo ma spesso incompreso (ah, la maledizione del genio...). Antonio Cerreto
|