Sempre osteggiati dai puristi, i Depeche Mode sono riusciti, nel corso d’una carriera quasi trentennale, a guadagnare il consenso delle masse, sfornando una hit dopo l’altra. Brani come “Personal Jesus”(non a caso ripresa più volte, da Johnny Cash a Marilyn Manson) e “Enjoy the silence” possiamo ancora sentirli alla radio, sebbene non siano tra i successi più recenti della band. E, a proposito di successi recenti, solo qualche anno fa, nel 2005, Dave Gahan&Co. hanno dimostrato di poter ancora dire la loro con “Playing the angel”. Album che, evitando forzati allineamenti col presente, trovava valore proprio nel suo gusto un po’ retrò. Il nuovo “Sounds of the universe” approfondisce quella tendenza a recuperare il passato, rischiando addirittura di scadere nel “già sentito”. Nessuna rivoluzione: il gruppo di Basildon resta fedele a sé stesso, anche nell’attrezzatura vintage (Martin Gore ricorre ai sintetizzatori analogici). Ne risulta un sound curatissimo, in perfetto stile Depeche Mode, con evidenti richiami agli anni ’80. Si tratta di un disco ambizioso e di non facile ascolto. A differenza del precedente, infatti, non può contare su una manciata di singoli di sicuro impatto, privo com’è di veri e propri ritornelli vincenti. Quindi non aspettatevi un’altra “A pain that I’m used to” o “Suffer well”. “Sounds of the universe” lavora in profondità, tessendo ottime ed elaboratissime trame sonore che contribuiscono a farci scivolare in una siderale atmosfera retrofuturista. Dave Gahan, poi, nonostante i problemi di droga del passato (forse non del tutto superati), sembra davvero in forma e la sua voce è profonda e suadente come sempre. Il carismatico front-man della band è anche autore di tre tracce (“Hole to feed”, “Come back” e “Miles away/the truth is"); tutte le altre portano la firma del solito Gore. Che il dodicesimo album in studio dei Depeche Mode non si accontenti di puntare alle classifiche, come “Playing the angel”, lo si capisce già dal primo singolo: “Wrong”, incisivo inno nichilista dalle sonorità lisergiche. Ma è l’intero lavoro a convincere, con “In chains”, “Fragile tension” e “Perfect” su tutte. Si distinguono, inoltre, la vagamente inquietante “Little soul” e “Peace”. Buona anche la strumentale “Spacewalker”, dal motivetto incredibilmente familiare. Insomma, Dave Gahan, Martin Gore ed Andrew Fletcher continuano a non tradire i propri fan. Antonio Cerreto
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