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"Lungs", Florence and the Machine
L'album d’esordio dell’artista londinese, realizzato in una sinagoga dismessa, entusiasma sin da subito pubblico e critica: è nata una stella

L’attuale panorama musicale offre ben poco: da un lato, i grandi gruppi del passato che vivono più o meno di rendita; dall’altro, le comparse di turno che l’industria discografica cerca di spacciare per veri talenti. Cosa ci si può aspettare in un contesto del genere? Sembrerebbe una domanda retorica, eppure la risposta non è così scontata. Non più almeno, perché qualche mese fa è nata una speranza, anzi, molto più di una speranza, è nata una stella: Florence Welch. Ventidue anni e look da preraffaelita, l’artista londinese debutta nel migliore dei modi, vincendo il premio della critica ai Brit Awards 2009 e rimanendo in classifica U.K. per diverse settimane, alle spalle del solo Michael Jackson. Una partenza col “botto”, come si suol dire, ma non poteva essere altrimenti: Florence ha una voce semplicemente straordinaria ed è supportata da un’ottima band (the Machine). Inoltre, questa ragazza dalla chioma di fuoco sembra mostrare la sfrontata consapevolezza dei “grandi”. Siamo di fronte ad un fenomeno? Stavolta sì, è una domanda retorica, di quelle che esigono risposta affermativa chiaramente.

Gli entusiasmi suscitati dalla giovane artista d’oltremanica non sono affatto infondati. “Lungs” lo dimostra sin dal primo ascolto. Non ci si aspetti, però, il solito motivetto accattivante, qui non parliamo della Nelly Furtado del momento. Tutt’altro, Florence Welch, già considerata da tanti erede di Kate Bush, potrebbe un giorno essere accostata a Patti Smith o addirittura a Janis Joplin. Gli scettici storceranno il naso, ma questo solo prima d’aver ascoltato l’album, poi cambieranno idea, riconoscendo l’immenso valore di “Lungs”. Un lavoro davvero eccezionale, che unisce un’anima soul ad una sommessa vena dark. Delle radici soul è la stessa cantante inglese a rendere conto, citando Nina Simone, Etta James, Otis Redding e Annie Lennox in un’intervista assai recente. Per quanto riguarda l’aspetto dark, invece, basti pensare alla Florence ragazzina che si dilettava con Edgar Allan Poe e strani disegni gotici, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “macabra” dai compagni di classe. Gusto del macabro persistente, a dire il vero, si leggano i testi di “Howl” o “My boy builds coffins”.

“Lungs”, realizzato in una sinagoga dismessa con il contributo di due dei produttori oggi più ricercati (James Ford e Paul Epworth), è indubbiamente il miglior disco da molti, molti anni a questa parte. Non si tratta della solita opera prima che lascia solo intravedere le potenzialità future dell’artista. No, non è una promessa, ma un capolavoro a tutti gli effetti. Di quelli che non offrono spunti ai detrattori, perché, anche a voler cercare un difetto, si resta con un palmo di naso. L’album toglie il respiro dall’iniziale, euforica, “Dog days are over” fino alla conclusiva “You’ve got the love”, cover della hit di Candi Staton. E mai un momento di flessione, tantomeno episodi scialbi, insomma, nessun filler. Del resto già i diversi singoli estratti dal disco l’avevano detta lunga in proposito: dall’energica “Kiss with a fist”, di grande impatto, a “Rabbit heart(Raise it up)”. Sì, sentiremo ancora parlare di Florence + the Machine. 

Antonio Cerreto

27/10/2009
 
 
 
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