I cambiamenti non mancano nel nuovo album dei Placebo. A cominciare dall’etichetta: l’indipendente PIAS, che si occuperà della distribuzione in Europa. Scelta audace e in contro-tendenza quella di porre fine al sodalizio con la Virgin (solitamente si passa dall’autoproduzione alla major, e non viceversa). Anche il batterista non è più lo stesso: dietro le pelli siede ora il pluritatuato ventiduenne Steve Forrest. Ma non finisce qui: in alcuni pezzi compaiono per la prima volta strumenti a fiato e il disco, registrato in Canada, appare effettivamente un po’ più positivo rispetto ai precedenti lavori. Non ci si lasci trarre in inganno, comunque, le ombre non sono sparite; del resto la “battaglia per il sole” cui allude il titolo è appena iniziata e non è un caso che il produttore scelto per l’occasione sia Dave Bottrill, già al fianco di una band non propriamente “solare” come i TOOL. Certo, stavolta non possiamo negare la presenza di qualche sprazzo d’ottimismo nei testi ("We can build a new tomorrow, today"; “Speak in tongues”) ma è ancora poca cosa. Inoltre, per converso, titoli come “Ashtray heart”, ”Devil in the details” e “Kings of medicine” non danno adito ad equivoci: il lato oscuro è ancora lì. Insomma i Placebo restano i Placebo. A dimostrarlo una volta di più sono le esibizioni, in cui il leader, Brian Molko, sembra smentire di continuo i buoni propositi espressi da un po’ di tempo. Al Summer Sonic Festival di Osaka, ad esempio, sviene sul palco dopo l’iniziale “Kitty litter”. Il concerto non può continuare e la spiegazione ufficiale suggerisce che il malore sia dovuto allo stress del tour. Ma non sono solo i maligni a diffidarne e a ipotizzare ben altre cause: droghe e alcool. Peraltro la stessa rockstar ha sempre ammesso di vivere negli eccessi, soprattutto in passato. Il suo comportamento non è impeccabile nemmeno dalla Ventura, a “Quelli che il calcio”, dove allude, in maniera neanche troppo velata, alle voglie ispirategli dal generoso decolleté della conduttrice. Ancora “And the sex, and the drugs, and the complications”, quindi, come diceva in “Meds”. Da un punto di vista prettamente musicale va detto che questo “Battle for the sun” riesce a non deludere. Le tracce sono tutte orecchiabili nonostante il potente impatto sonoro, reso anche dal muro di chitarre che si alza, purtroppo quasi prevedibilmente, nella maggior parte dei pezzi. Non mancano, inoltre, le solite iniezioni di elettronica, ormai componente essenziale del “sound Placebo”. In definitiva, la band offre ai propri fan ancora una volta un album buono ma non esaltante, in cui si distinguono, forse, la cadenzata title-track; “Julien”, con le sue iniziali divagazioni disco-dance; e la già citata, ballabilissima, “Kings of medicine”. Antonio Cerreto
|