Il protagonista di “Triste, solitario y final” si chiama Philip Marlowe, ed è proprio il famosissimo detective partorito dalla penna di Raymond Chandler, al quale hanno prestato il volto attori del calibro di Humprey Bogart, Robert Mitchum, Elliot Gould. Il cupo investigatore, solitario e disilluso, che ha fatto a cazzotti più volte col mondo, ottenendone in cambio il peso di una burbera misantropia, vede presentarsi un giorno nel suo ufficio Stan Laurel, sì, proprio lui, lo Stanlio che con Oliver Hardy aveva formato una delle coppie comiche più talentuosa e famosa di sempre, che ora, dopo la morte del suo inseparabile compagno, intende assumerlo perché sospetta che dietro il suo oblio si nascondino alcuni produttori losangelini. Marlowe rifuta il caso, ma gli resta il pallino. Inizierà ad indagare solo anni dopo, alla morte dell’attore, quando, recatosi sulla sua pietra tombale, incontrerà un pingue giornalista argentino, Osvaldo Soriano, che è a Los Angeles per raccogliere informazioni per una biografia proprio sui due comici. Da questo momento inizierà una rocambolesca avventura, sconclusionata e surreale come una lunga sequenza di gag - tra scazzottate ed inseguimenti, bionde femme fatale e poliziotti corrotti, dialoghi secchi che si ispirano alla tradizione dura e pura dell’hairdboiled (Chandler, Hammett e soci) - per scoprire chi c’è dietro il velo polveroso steso sulla fama dell’irresistibile duo. Sullo sfondo la Hollywood degli anni ‘60, con il suo gotha cinematografico al gran completo: oltre a Stan Laurel, faranno la loro comparsa in scena Charlie Chaplin, John Wayne, Dick Van Dyke, Mickey Rooney e tanti altri. Assisteremo ad una surreale premiazione degli Oscar, ad un rapimento illustre, a trovate ingegnose, brillanti, divertenti. Stan ed Oliver entrano quindi di traverso in questa storia che è soprattutto una loro nostalgica rievocazione, un’elegia al loro cinema slapstick (che si basava sul linguaggio del corpo), ambientato in gran parte all’epoca della grande crisi e pensato non per lanciare messaggi edificanti e sociali alla maniera di Chaplin, ma piuttosto per donare al pubblico una semplice e sincera risata, unica medicina contro i disagi della quotidianità. Soriano non fa altro che ricreare, sul fronte letterario, quella stessa strampalata vena ironica, mischiata ad un’immancabile, malinconica tenerezza, utilizzando la parodia come arma spietata di comicità e ricorrendo, volutamente e frequentemente, al clichè a scopi dissacratori: per esempio ci regala il ritratto tagliente di un John Wayne che, vestito da vaquero, si accende una sigaretta con un accendino a forma di pistola ed ha alle spalle un’enorme effige del generale Custer. “Triste, solitario y final” è anche quindi la storia di una condizione: come un attore divenuto schiavo dei suoi personaggi così il personaggio di fantasia non riesce a divincolarsi dalla sua prigione letteraria. Ad attendere entrambi l’epilogo di una solitudine senza rimedio, come il riposo di un guerriero che non ha davvero combattuto, ma ha piuttosto finto di farlo, credendo fino alla fine alla illusione di un fantomatico scopo. Osvaldo Soriano con questo romanzo d’esordio, pubblicato nel 1973, canto d’amore per il cinema e la letteratura, si rivelò al mondo per tutto il suo talento, diventando in breve tempo uno degli scrittori più promettenti della letteratura sudamericana della seconda metà del ‘900. Scomparso prematuramente a Buenos Aires nel 1997, amante ossessivo di calcio e gatti, la sua figura curiosa e allegra, grazie al romanzo, viene rievocata affianco a quella dei suoi più grandi miti cinematografici e letterari. Così che quelle parole tratte da “Il lungo addio” di Chandler, citate sul frontespizio, risuonano come una sorta di sua personale formula di commiato: “Arrivederci, amico. Non le dico addio. Gliel’ho detto quando aveva un senso. Gliel’ho detto quando ero triste, solo e alla fine” Stefano Crupi
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