“Sotto il culo della rana in fondo ad una miniera di carbone” è il posto peggiore in cui si possa essere. E questo modo di dire ungherese è un’ottima metafora per descrivere il luogo in cui si muovono i personaggi di questo divertente romanzo di Tibor Fischer: ci troviamo in Ungheria, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e all’oppressione nazista, nel decennio socialista che culminerà nel ’56 con la Rivoluzione soffocata nel sangue dai russi. Un periodo decisamente non felice, il peggiore che si possa vivere, e nella terra più martoriata di tutte, perché stretta tra due fuochi, e come destinata alla dittatura. “Sarebbe stato bello poter scegliere fra Germania ed Unione Sovietica? Che razza di alternativa era? Che lingua vorresti che parlasse il tuo plotone di esecuzione? (…) Non sempre serve essere in gamba e lungimiranti. Che differenza fa per il maiale condotto al mattatoio essere intelligente?” I protagonisti, Giury e Pataki, sono due giovani ungheresi che passano le loro giornate tra il campo di basket (partecipano ad un raffazzonato campionato di serie A) e piccole escursioni nella paradossale vita reale di quel tempo, ficcandosi in situazioni spesso complicate, tragicomiche, al limite della parodia, ma vivendole tutte con uno sguardo ottimista e ironico. E così, ad esempio, quando alla fine di una partita di calcio, conclusasi negativamente per l’Ungheria per un errore del portiere, Giury si fa coinvolgere negli scontri che ne seguono, ecco l’epilogo fornitoci dall’autore: “A quel punto spararono in aria. Il divertimento era finito. Giury, come molti altri, decise che morire sarebbe stata una reazione spropositata alla papera del portiere ungherese. Si mise a correre nello spazio millimetrico lasciatogli da chi aveva davanti. (…) Tornato a casa, trovò Elek che ascoltava alla radio i commenti sulle imprese vandaliche dei teppisti scatenati per le strade di Budapest. Era bello essere famosi.” Fischer riesce a colorare, attraverso i suoi bizzarri personaggi, ogni riga di un risvolto grottesco. Raccontandoci la vita di questi giovani ragazzi, che si sforzano di vivere normalmente all’interno di uno scenario anormale, Fischer ci fornisce la descrizione di quella stagione da un originale punto di vista, dando alla sua storia quella sfumatura goliardica tipica della giovinezza. I suoi protagonisti non sono eroi, non sono particolarmente coraggiosi, sono solo stufi di aver paura, ne hanno fin sopra i capelli di questa esistenza complicata, ed hanno, spontaneamente, maturato un modo per superarla. Pungolando il lato comico che ogni cosa nasconde, mantenendosi ad una distanza di sicurezza tale da preservare la propria sanità mentale, la realtà d’improvviso smette di soffocare con la sua cappa grigio scura per diventare feconda fonte di aneddoti su cui ridere. E non importa se questi eventi abbiano a che fare con la morte ed il dolore. Quello che importa, alla fine, è sopravvivere. Stefano Crupi
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