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"Scienza e sentimento" di Antonio Pascale
Dallo scrittore casertano di “Una città distratta” un interessante saggio sulla scienza contro i facili allarmismi e le semplificazioni, un elogio del compromesso.

Esiste una lunghissima lista di luoghi comuni in cui si cade quando si parla di scienza, false convinzioni che nascono da semplificazioni arbitrarie fatte magari da chi con la scienza ha poca dimestichezza. Secondo Antonio Pascale sono i “puri letterati” quelli a concedersi più di tutti queste licenze: ed allora i pomodori non hanno più il sapore di una volta, chimica è sinonimo d'inquinamento, un’altra cosa è il latte munto a mano, e via dicendo.
Partendo da questo spunto, lo scrittore casertano - che è laureato in agraria e pertanto guarda alla natura con passione ma anche con la lucidità del laico - in questo piacevolissimo saggio dal titolo “Scienza e sentimento”, ci regala una riflessione che tenta di sgomberare il campo da errori o generalizzazioni.
Quando si parla di scienza si dovrebbe farlo con cognizione di causa, cercando di non perdersi in questioni cervellotiche ed irrilevanti, capaci solo di generare sterili contrapposizioni.
Si stenta davvero a capire, ad esempio, le ragioni per le quali si dovrebbero rimpiangere le antiche tecniche di pestaggio dell’uva o di raccolta manuale degli ortaggi o la mungitura a mano del latte. Cedere ad un rimpianto simile significa spazzare via, con un sol gesto, secoli di benefici apportati dalla tecnica alla nostra vita e alla nostra salute.

Lo sviluppo della comunicazione ha comportato il ricorso sempre più frequente allo slogan, al motto ad effetto, capace di fare breccia nelle coscienze, magari sensibilizzandole, magari smuovendole, ma spesso anche comportando il prezzo di una semplificazione in grado di tradire la verità.
La deriva massimalista è dietro l’angolo ed è forse più pericolosa del pericolo che si tenta di eliminare: seppure l’utilizzo incosciente della chimica abbia generato problemi di inquinamento ambientale, non è demonizzando ogni sua applicazione che può evitarsi che questi problemi tornino a verificarsi. Sostenere che ci sia stata un'età dell'oro, dal quale irrimediabilmente staremo allontanandoci, significa fare leva su quel difetto di comunicazione che vuole che tutto sia generalizzato e semplificato.

“... la gente comune ha il dovere di studiare la chimica abbastanza bene, affinché possa resistere sia alle rassicuranti seduzioni dei chimici esperti, sia all'atteggiamento apocalittico dei letterati puri che, da veri presuntuosi, sono fermamente convinti di essere così fortunati da vedere la fine del mondo.”

Pascale non ha perso quella capacità, ben visibile già dalle sue prime opere, di accattivarsi il lettore con un linguaggio semplice ma ironico, che non ammicca, ma piuttosto spiega senza essere professorale. Alternando la propria autobiografia con note a mezza pagina, riesce a tenere alta l'attenzione attraverso le curve di una riflessione che tocca punti delicati ma che si concede anche interessanti approfondimenti o spassose digressioni a sostegno delle proprie tesi.

Secondo Pascale, la contrapposizione tra chimica e natura è, di per sé, sbagliata perché la chimica è essa stessa una parte della natura: un discreto numero di antiparassitari sono prodotti dalla stessa pianta per difendersi contro insetti e funghi. La contrapposizione nasce da un’accezione negativa data alla chimica, che viene vista solo come un'arma nelle mani degli uomini per violentare la natura ed assoggettarla. Lo stesso concetto di 'puro', tanto usato da coloro che rimpiangono i bei tempi andati, non esiste: nulla è puro in natura, ma è tutto frutto di contaminazioni, ogni cosa è coinvolta in una continua, impercettibile mutazione.
Quello di Pascale è un elogio del compromesso. Avere consapevolezza di un determinato progresso scientifico significa imparare a valutare con coscienza i benefici e i rischi che esso necessariamente comporta e giungere poi ad una soluzione di compromesso. Che significa non legittimare comportamenti sciagurati di certa chimica e di certi chimici che “di fesserie ne hanno fatto”, ma piuttosto porre rimedio a quei messaggi apocalittici, fatti passare da “un certo ambientalismo”, che sono comunicativamente efficaci ma che ci allontanano dalla verità.

Stefano Crupi

18/02/2010
 
 
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