“Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu lo sai che sono ottantotto e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro, tu sei infinito. E dentro quegli ottantotto tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace, in questo posso vivere. Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai, e questa è la verità che non finiscono mai, quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto sul seggiolino sbagliato, quello è il pianoforte su cui suona Dio (..)”. Sono le ultime parole di Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento prima di lasciarsi saltare in aria con la sua nave. C’era nato su quella nave Novecento e non era mai sceso a terra, mai. Lo trovarono una trentina di anni prima in uno scatolo sul pianoforte di prima classe, una premonizione, un segno del destino. Sarebbe diventato il pianista di quella nave, e che pianista, semplicemente il migliore! Non si seppe mai chi fosse la madre. Molto probabilmente una delle migliaia di emigranti di terza classe che ad inizio secolo lasciavano l’Europa per cercare fortuna in America. New York, doveva sembrare enorme vista dal ponte di una nave, soprattutto agli occhi di un ragazzino che non ha mai messo i piedi sulla terra ferma. Sulla sua nave invece il mondo saliva, ma solo quello che può starci tra una prua ed una poppa, come lui amava dire. Non è infinito il mondo, tu sei infinito. E allora ti siedi al tuo seggiolino ed inizi a suonare, a raccontarlo quel mondo. Osservava il mondo Novecento, leggeva le persone, ne carpiva il carattere da un gesto, dalla voce, ti avrebbe saputo dire i sogni, le aspirazioni di chiunque transitasse con la sua vita su quella nave, anche se per poco. Non aveva bisogno di conoscerle le persone, né di aver calpestato il mondo per accompagnarlo dall’altra parte dell’oceano con la sua musica. E’ la gente era pazza di lui, la sua musica bellissima, struggente, vera. Più vera e sincera di tutti quei volti sospesi alla fortuna, all’attesa del viaggio. Perché non c’è scampo in mezzo al mare, quando non vedi terra all’orizzonte, e Novecento non sapeva fingere, gli artisti non sanno fingere. E allora suonava per alleviare le loro miserie, i loro affanni, per far sembrare la traversata meno dura, la traversata della vita. La fecero saltare in aria la sua nave quando ormai era antiquata, ma lui non scese comunque, preferendo farsi saltare in aria con essa che morire a poco a poco scendendo dalla propria vita. Il monologo di Alessandro Baricco uscito nel 1994 è una metafora della vita di ognuno di noi accentuata dalla vicenda di un’artista, uno spirito montato a forza di note. La sua vita asserragliata a bordo di una nave persa nell’oceano è quella di noi tutti prima che il porto di arrivo ci costringa a scendere per sempre. E in quello spicchio di mondo puoi suonare la tua felicità su una tastiera dove tu sei infinito, innamorandoti di una donna incontrata per caso, o bevendo alla salute dei tuoi nuovi amici conosciuti da poco. Ma tutto racchiuso in un mondo che basti a te, tra una prua ed una poppa. Il mondo, quello vero, “è una nave troppo grande, è un viaggio troppo lungo, è una donna troppo bella, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare.” Raimondo Simonetti
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