Se siete fortunati, potreste imbattervi nel libro che voglio segnalarvi in qualche mercatino di libri usati. Altrimenti vi resta la strada di internet o quella di una biblioteca. In ultimo, se proprio non lo trovate, potreste chiedermelo in prestito. Lo sforzo vale però la candela: “Molti matrimoni” di Sherwood Anderson è uno degli esiti più importanti di un maestro indiscusso che, per ragioni diverse (che qui non sto ad indagare), da qualche anno non viene ristampato. Ma veniamo alla storia narrata: è una giornata del tutto particolare quella che si appresta a vivere John Webster, un fabbricante di macchine per lavare del Wisconsin. Come non gli era mai accaduto di fare nella vita, d’improvviso ogni dettaglio della sua quotidianità gli salta agli occhi, innescando una serie di riflessioni sul senso della propria esistenza: l’aspetto fisico della sua segretaria, la pelle della moglie, la voce della figlia, ogni cosa gli appare ad un tratto in tutta la propria folgorante chiarezza, come se si svegliasse di soprassalto da decenni di distratto torpore.Lì per lì Webster crede di essere pazzo. “Sono sicuro di essere pazzo”, ripete a se stesso. “Una persona sana di mente non starebbe a notare ogni minima cosa come io sto facendo quest’oggi”.L’evento rappresentato da questo nuovo sguardo gli ha già cambiato la vita: non sa dove troverà le forze per tornare in ufficio ed incontrare la segretaria che in tre anni non ha mai guardato in quel modo, non sa come fare a sostenere l’impatto con la pelle della moglie che ora vede disgustosamente avvizzita e cadente.La vita piatta e senza peccati condotta fino a questo momento gli presenta il conto: le domande spiacevoli che se ne stavano nascoste sul fondo della coscienza risalgono liberando nell’aria miasmi di rimpianti e mostrandogli brutture insostenibili. “Perché tante di quelle case lungo la via erano così brutte? Possibile che nessuno se ne accorgesse? Si potevano portare quei brutti vestiti, vivere in quelle brutte case volgari, in una strada volgare, in una città volgare, e non accorgersene mai?”Di queste case Webster non se ne avvedeva perché “era in realtà troppo assorto nei suoi minuti affari per accorgersene.” “Molti matrimoni” è il resoconto di questa illuminazione, dello shock che essa genera nella psicologia di questo personaggio e del passaggio ad una nuova vita alla quale lo conduce. Di matrice schiettamente autobiografica (anche Anderson lasciò tutto – lavoro, moglie, figli – a 36 anni per intraprendere la carriera di scrittore, collezionando successi di critica e di pubblico e altri tre matrimoni), “Molti matrimoni” fu pubblicato nel 1923. Francis Scott Fitzgerald lo giudicò una delle sue opere più riuscite, ma non mancarono giudici negativi che poco apprezzarono il tentativo di Anderson di fondere vecchi temi imboccando una nuova strada stilistica. Come nei romanzi precedenti, anche in “Molti matrimoni” Anderson si focalizza su personaggi della middle class americana, provinciali dalla vita ordinaria che vivono come anestetizzati dall’apparenza conformista. Stavolta però il metodo d’indagine che adotta per mostrarci quest’anima, divisa com’è tra conformismo e un sottostrato di coscienza pulsante, ricorre a frequenti ripetizioni e a metafore anche urticanti (su tutte la nudità intesa sia come abbandono sicuro sia come autenticità). Ne risulta una sorta di farneticazione intimista che, violando ogni convenzione e distinguo morale, ci conduce lungo le tortuose strade nelle quali si sta infilando l’inconscio del protagonista per ridestarsi. Il dialogo tra Webster e sua figlia, che passa in rassegna la storia dell’amore oramai svanito per sua moglie, è una lunga successione di stati d’animo, nitidi o confusi e contraddittori, ma sempre profondi e, per questo, illuminanti. Dimostrando una straordinaria capacità di introspezione, Sherwood Anderson vuole giungere ad esaltare la perenne inquietudine delle anime vive, che resistono all’intorpidimento perpetrato dalla moderna società del benessere per ricercare nei piccoli dettagli il vero senso della vita. D’altronde l’autore di “Racconti dell’Ohio” fu sempre un soggetto difficile e la cosa non ci sorprende. Solo ad un tale dissidente - che non volle mai scendere a compromessi, criticando con forza coloro che cedevano alle tentazioni di Hollywood (che spesso lo corteggiò) e gli editori dell’epoca che vedevano nella vendibilità di un’opera d’arte l’unico criterio di giudizio – poteva essere riservato un destino così ingrato: riconosciuto maestro di un’intera generazione di scrittori (Faulkner lo definì “il padre di tutti i suoi libri”; Hemingway, di cui il nostro fu mentore, ritenne necessario, ad inizio carriera, produrre un’opera “Torrenti di primavera” che, per affrancarsene, parodiava il suo stile; Steinbeck e Miller ne furono palesemente influenzati) e, allo stesso tempo, confinato nelle antologie e condannato ad un oblio delittuoso, al quale prima o poi, si spera, sarà posto rimedio. Stefano Crupi
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