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'Le male vite' di Alessandro Leogrande
Torna in libreria lo straordinario saggio del giornalista pugliese sul business del contrabbando di sigarette. Una ricostruzione precisa ed avvincente.
Negli anni novanta, ad ogni angolo della strada di qualsiasi città del sud Italia, c'erano le “bionde”. Su bancarelle arrangiate, o negli androni seminascosti dei quartieri popolari, a vendere le sigarette di contrabbando potevi trovare tanto il “padre di famiglia”, in cerca del fatidico milione di lire mensile per poter campare, quanto l’extracomunitario o molto spesso anche dei bambini: stecche di sigarette delle marche più note, senza il timbro dei Monopoli di Stato, piazzate a qualche centinaio di lire in meno rispetto al prezzo ufficiale.
Ma quello era solo “l'ultimo miglio” di un sistema ramificato e perfettamente organizzato che Alessandro Leogrande - vicedirettore del mensile “Lo straniero” e collaboratore de “Il Riformista”, “Il Corriere del Mezzogiorno” e de “L'Unità” - cerca di spiegarci nel suo saggio  “Le male vite: storie di contrabbando e di multinazionali”, straordinario reportage uscito nel 2003 ed ora riproposto dalla casa editrice Fandango
Il contrabbando di sigarette non è un'attività illecita nata in quegli anni. Tutti ricordano la venditrice abusiva di sigarette, Sofia Loren, nel film “Ieri, oggi e domani” e la lunga fila di banchetti sulle scalinate di Napoli. Negli anni cinquanta il traffico era nelle mani dei marsigliesi che importavano le bionde dall'Africa, dall'Algeria più precisamente e, attraversato il mediterraneo,  le facevano arrivare sulle coste tirreniche.
Successivamente, sul finire degli anni '80, gli sconvolgimenti politici hanno aperto la strada dei Balcani: approfittando dello stato di anarchia nel quale versavano paesi come ad esempio il Montenegro, camorra e 'ndrangheta hanno messo gli occhi sulla pista adriatica. Da quel momento la testa di ponte è diventata la Puglia, la Regione d'Italia più vicina all'Albania (dove fino al 1991 il contrabbando era addirittura un’attività dello Stato con una voce in bilancio dedicata).
Quando il giro di denaro in circolazione ha raggiunto livelli da manovra finanziaria statale, a quel punto i vari gruppi criminali pugliesi hanno deciso di “sottrarsi all'egida delle altre mafie, facendosi a loro volta mafia”. La Sacra Corona Unita ha rappresentato il salto di qualità della criminalità pugliese, la sua emancipazione.
Il saggio di Leogrande descrive con minuzia i meccanismi complessi che il sistema ha generato nel giro di pochi anni, interfacciandosi e diventando linfa vitale per altri traffici come quello di armi, droga e persone (restando però il traffico più remunerativo), ma soprattutto dando il via alla nascita di una criminalità sempre più capace di relazionarsi con il grande capitale internazionale. Le nuove mafie si muovono lungo la linea a tratti sbiadita che separa l'economia legale da quella illegale, e lo fanno traendo enorme vantaggio sia dalla fragilità delle misure di controllo nazionali, sia dal liberismo dissennato propugnato dalle multinazionali più potenti che vorrebbero sempre meno lacci alle transazioni finanziarie.
È sconvolgente scoprire come le più importanti produttrici mondiali di tabacco, Philip Morris e Reynolds, abbiano avallato la vendita delle sigarette di contrabbando allo scopo di conquistare fette sempre più grandi di mercato.
Come appare sconcertante la tolleranza mostrata dallo Stato italiano in quegli anni , che si manifestava in una pericolosa indolenza nel contrasto al traffico illegale, per ragioni che potremmo definire di opportunità occupazionale: un “corto circuito istituzionale” al quale ci si è concessi perché ritenuto una panacea, anche se temporanea, alla staticità economica nella quale versava il meridione d'Italia.
Servirà lo schiaffo in pieno volto all'opinione pubblica - rappresentato dalla morte di due finanzieri in uno scontro con un gippone di contrabbandieri in fuga - a far diventare, d’improvviso, il contrabbando un'attività inaccettabile, e a dare il via all'operazione, denominata Primavera, che sbarrerà per sempre i canali dei Balcani, portando al lento sgretolamento di quella mafia che dal contrabbando traeva sostentamento.
Contraddistinto da uno stile calibrato, sintetico e fulminante, “Le male vite” è un reportage senza eccessivi fronzoli, che, partendo dalla cronaca (documentata ma chiara), intende consegnarci riflessioni che ancora oggi restano di stretta attualità: sulla sempre più confusa linea di demarcazione che separa il lecito dall’illecito, sulla disoccupazione ed il degrado di alcune zone del nostro paese che rappresentano terreno fertile per la criminalità, sulla confusione tra traffici illeciti e processo migratorio che ha portato all’irrazionale criminalizzazione dei migranti.

Stefano Crupi
30/06/2010
 
 
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