Prima di cimentarsi nella lettura di quest’opera, sarebbe il caso di infilare un bel paio di guanti. “La storia della bruttezza” di Umberto Eco è, prima di tutto, un raffinato oggetto letterario: una confezione molto elegante, con pagine patinate da sfogliare con cura, sulle quali trovano spazio numerose opere pittoriche - spesso a tutta pagina - scelte con gusto e originalità e restituite con eccezionale nitidezza. L’impressione è quella di avere tra le mani una sorta di museo tascabile, irriproducibile nella realtà per ovvi motivi, e quindi per questo ancora più prezioso. “La storia della bruttezza”, però, non è solo questo. La sua unicità ne esalta ancora di più il valore. Mentre, infatti, le trattazioni sul bello si sprecano, si è sempre creduto che non valesse la pena dedicarne una approfondita al brutto. Per questo i guanti andrebbero indossati anche per un altro motivo. Ci si appresta ad iniziare un viaggio del tutto singolare, un viaggio avventuroso nell’impervia foresta del lato oscuro dove il rischio, inevitabile, è quello di sporcarsi mani e anima. “Ah, che sottile piacere!”, avrebbe esclamato il più grande dei poeti maledetti, Charles Baudelaire, che del brutto sapeva coglierne l’essenza più conturbante. “Per certi spiriti più curiosi e disincantati – scrisse il poeta - il piacere del brutto proviene da un sentimento più misterioso, che è la sete dell’ignoto e il gusto dell’orribile. (…) Mi spiace che qualcuno non lo capisca - un’arpa a cui manca una corda grave!” Ma non è stato sempre così. La lunga parabola della bruttezza abbraccia ogni manifestazione artistica dell’uomo che si sia indirizzata a rappresentare l’aspetto più misterioso, osceno, orripilante, grottesco (in un parola: “brutto”) dell’esistenza e dimostra come qualsiasi concezione estetica sia relativa, non solo alle diverse culture ma anche al tempo. Intrecciando riflessioni ad immagini e testi, ironia e rigore scientifico, Eco ci racconta come sia mutata l’idea del brutto nei secoli: per i greci la mitologia era un catalogo di inenarrabili crudeltà, per la latinità brutti erano i barbari, le genti straniere, i nemici, mentre la tradizione cristiana relegava i tratti più orribili ai persecutori di Cristo, ai peccatori, ai diavoli. Il medioevo, epoca per eccellenza del brutto, partorirà innumerevoli bestiari e opere di un efferato sadismo. L’Inferno di Dante è, secondo Eco, un testo capitale per una storia della bruttura perché “repertorio di molteplici deformità (Minosse, le Furie, le Erinni, Gerione, Lucifero, con un capo a tre facce e sei enormi ali di pipistrello) e rassegna di immani torture." Nell’epoca romantica si verifica la svolta: il brutto si riscatta, si emancipa, valica i confini convenzionali e si infiltra nel territorio del bello per corromperlo. Diventa sinonimo di anticonformismo: i decadenti cominciano ad introdurlo nei propri manifesti letterari. Successivamente i futuristi ne celebreranno la sua matrice antiborghese, Warhol esalterà il valore degli scarti nella moderna società dei consumi, il kitsch eleverà ad arte il cattivo gusto. L’arte, con le sue bizzarrie, le sue provocazioni, spariglia come sempre le carte e indirizza la società verso nuovi orizzonti estetici. L’ultima parte del libro è dedicata alle riflessioni su questa relatività, e alla dimostrazione che nulla vieta che il brutto di oggi possa essere il bello di domani. Perché esiste un'attrazione irresistibile che spinge gli uomini in quella direzione. Prendiamo il diabolus in musica (la distanza di tre toni tra una nota e quella successiva). Ritenuto disturbante nel medioevo e, persino, prova della presenza del demonio sulla Terra, il diabolus è stato utilizzato secoli dopo dai musicisti che intendevano creare un suggestivo effetto dissonante. “Il diabolus - conclude Eco – è stato via via accettato non perché fosse diventato piacevole, ma proprio a causa di quell’odore di zolfo che non ha mai perduto.” Stefano Crupi
|