L'ultimo saggio del compianto Edmondo Berselli è un'opera molto diversa da quelle che l’hanno preceduta. “L’economia giusta” è, infatti, un piccolo libricino che traccia una rapida storia dell'economia liberista per smascherarne gli inganni ed individuare le ragioni profonde che hanno condotto il sistema economico occidentale verso la crisi. Un argomento squisitamente tecnico, e molto attuale, sul quale Berselli argomenta senza concedersi, com'è invece nel suo solito stile, grosse divagazioni ma piuttosto mantenendosi nel solco di riferimenti mai banali. Berselli dimostra che la grande crisi che il mondo occidentale sta attraversando da qualche anno è soprattutto una crisi di redistribuzione, esito scontato di una deregulation disastrosa che ha posto poca attenzione alla società ed ai suoi cambiamenti. Confidando ingenuamente sulla qualità morale degli operatori economici, si è creduto (o si è voluto far credere) che il mercato, liberato dai lacci e lacciuoli dello Stato, fosse in grado di autoregolarsi. Col risultato di condurre verso una società profondamente iniqua, contraddistinta da un aumento della distanza tra le classi sociali, un assottigliamento preoccupante di quella classe media che ne dovrebbe essere il nerbo, ed infine uno spostamento di quote di reddito sempre più cospicue verso i ceti più abbienti. Una società talmente iniqua che ha creato all’interno delle stesse aziende un profondo divario tra i diversi ruoli e che non poteva non condurre verso un’intossicazione del sistema.
“Nella società fordista veniva considerato equo che il presidente o l’amministratore delegato di una grande impresa guadagnasse trenta volte lo stipendio di un usciere. Oggi si considera normale che il reddito del grande manager ammonti a tre o quattrocento volte la retribuzione di un impiegato di basso livello. In Italia il 10 % delle famiglie più ricche possiede il 44 % dell’intero ammontare di ricchezza netta”.
“L’economia giusta” di cui parla Berselli è a metà strada tra il liberismo selvaggio e il socialismo e intende fare un passo indietro per ritrovare quegli stessi principi che fino ad un determinato momento della storia occidentale differenziavano il capitalismo europeo da quello nordamericano.
“Riesce difficile – scrive Berselli - sottrarsi alla suggestione che la formula capitalistica dell’Europa continentale avesse sullo sfondo una concezione a suo modo filosofica, che proveniva da un impianto culturale dallo sfondo umanistico, quasi spirituale se non esplicitamente religioso”. È quella che in Germania viene chiamata “economia sociale di mercato”, un’economia dove lo Stato non è né escluso dal sistema né un semplice guardiano notturno, ma piuttosto “un interventore attento” a che non si formino posizioni monopolistiche dominanti e, soprattutto, garante che “i diritti individuali non vengano presi d’assalto dalla rapacità del sistema”. Ci avviamo verso un’epoca che Giddens chiama della “post-scarsità”, ossia di un’economia del tutto diversa da quella premoderna e industriale, un’epoca dove il criterio della crescita a tutti i costi risulta superato (e controproducente) per lasciare spazio a politiche dai profondi esiti sociali ed egualitari. “L’economia giusta” termina con una riflessione molto suggestiva nella quale Berselli – pensatore sempre tenacemente laico ma intellettualmente libero da qualsiasi schema preconcetto – riconosce alla dottrina sociale della Chiesa il merito di aver indicato già da tempo i principi da assolvere per imboccare questa terza via. È muovendosi sulla falsariga rappresentata da questi principi che l’ordinamento deve regolarizzare una comunità fatta di individui, ancor più se si considera che la giustizia distributiva e la giustizia sociale sono necessarie per la stessa economia di mercato, perché in grado di produrre quella coesione sociale di cui il mercato ha bisogno per poter funzionare. Quest’ultima riflessione aggiunge una nota di malinconia al testamento letterario del grande scrittore e giornalista emiliano, maestro nel rappresentare brillantemente l’eterogeneità della realtà senza mai perderne in leggerezza ed ironia.
Ha scritto Michele Serra che “la testa di Edmondo era speciale: difficile da padroneggiare, immagino, anche per lui che ne era il padrone. Era la testa di un accademico, ben strutturata attorno allo studio, politologia, sociologia, la politica dottrinaria, la storia del pensiero. Ma era piena di finestre spalancate sulla vita << normale >>, la sua, la nostra”. Uno straordinario eclettico, un lucido anticonformista, Edmondo Berselli, che guardava al mondo, nella sua totalità, attraverso la lente di una cultura vastissima ma senza mai asserragliarsi dietro la barricata di una presunzione intellettuale che non gli apparteneva.
Stefano Crupi
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