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"Guida alle messe" di Camillo Langone
Il viaggio attraverso le chiese italiane di un amante del bello e del vero, quindi della liturgia, alla ricerca della Messa “come Dio comanda”

Ai discepoli, racconta Giovanni (Gv 2, 13-17), tornò in mente il salmo 68, 10 (“Lo zelo per la Tua casa mi divora”) quando videro Gesù scacciare i mercanti dal Tempio. A Camillo Langone, che lo stesso salmo ha messo in epigrafe alla sua Guida alle Messe, piacerebbe forse che il Maestro tornasse a cacciare dalle chiese sciami di turisti fotografanti e musicanti con chitarre e tamburelli, a rovesciare arredi profani come seggiole e candelieri elettrici, ad abbattere teleschermi, ma intanto ha sublimato sdegno e zelo liturgico in un bel libretto da portare in viaggio e da compulsare come una specie di Michelin dell'Italia ecclesiastica. Ma andiamo per ordine, contestualizziamo, come si dice, ché già immagino i lettori perplessi. Io poi ho in mente gli amici che, già scettici verso l'idea di “santificare le feste”, nella languida domenica mattina sono ancor meno invogliati ad andare a messa se si attendono prediche verbose con contorno di tastierina elettrica e magari di scout in brache corte.

Tutto cominciò negli anni Sessanta. Il Concilio Vaticano II, con le immancabili buone intenzioni, aprì a una riforma della liturgia che andasse incontro (diciamo pure si abbassasse) al mito del tempo, la partecipazione democratica, e che avrebbe poi trovato il suo simbolo epocale nella sostituzione del latino con il volgare. Il Messale di Paolo VI non ha colpe - c'è pur sempre lo Spirito Santo dietro - ma, affidato ai preti, si è disperso nei mille rivoli di esperimenti, interpretazioni, ibridazioni. Ne è venuta fuori un'anarchica fioritura di riti diversi in ogni dove - a scorno di quelli per cui la Chiesa cattolica è istituzione votata alla repressione - che, se ha assorbito anche convincentemente elementi moderni, ha pure prodotto sbracature, cattivi costumi liturgici e vere e proprie scorrettezze in cui clero e fedeli sono spesso solidali e ormai assuefatti.

Ambizione dell'opera, come l'autore scriveva quando essa è cominciata come rubrica sul Foglio di Giuliano Ferrara, è dunque “recensire la componente umana della liturgia: il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell'ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato”; convinto, con Joseph Ratzinger, che la crisi della fede abbia insieme causa ed effetto evidenti nel declino della liturgia, l'autore “vuole stimolare sacerdoti e comunità a risollevare il culto divino... l'obiettivo è la celebrazione di messe più belle e coinvolgenti per avere chiese più affollate e una società più cristiana. Niente di meno”. Dalle cattedrali delle grandi città turistiche alle chiesette di provincia, dai santuari alle cappelle ospedaliere, prende dunque forma in agili recensioni una critica liturgica inedita, animata da attenzione e colta devozione, ironia e gusto della digressione.

In ogni chiesa, prima del rito, l'autore valuta se vi siano le condizioni sensoriali perché “l'anima possa dispiegarsi religiosamente” (citazione di Romano Guardini, uno tra i tanti teologi, letterati, santi e poetesse che assistono Langone nella sua opera di ri-educazione al senso nel bello). Queste condizioni sono date dalla presenza degli spesso trascurati segni sacramentali: le candele votive di cera con cui la preghiera si fa fiamma viva davanti a un'icona, l'incenso che profuma l'aria nella penombra sotto le volte, l'acquasanta che si offre al fedele che ha appena fatto ingresso in chiesa. Giustamente il Nostro si scora di fronte al diabolico rovescio cui si assiste nelle chiese illuminate al neon, dove le acquasantiere sono lasciate vuote e si spiegano schiere di candele elettriche: antieconomica, antiestetica, accidiosa soluzione che, secondo l'esperienza di chi scrive, alligna soprattutto al Sud.

Il rito della messa si offre alla recensione sotto ancora più aspetti. Al repertorio moderno di canzoni post-sessantottine e movimentistiche, inchiodate al loro tempo, è dall’autore preferito il canto gregoriano che eleva e approssima l'eterno, sostenuto dall'organo a canne; invocato il recupero del latino, lingua universale e sonora della liturgia, senza però alcuna avversione tradizionalista verso l'italiano e le altre lingue; scrutinati i celebranti nei loro gesti e parole, scoprendo di chiesa in chiesa che la fantasia del clero nelle omelie è molta ma che la predica, elemento troppe volte “invasivo e inessenziale”, è meglio se breve e aderente al Vangelo. Non meno viene scrutinata la partecipazione e l'attenzione dei fedeli presenti tra i banchi, che di una liturgia ben fatta o mal fatta sono le prime vittime e i primi complici; e cruciale, si vedrà leggendo, è il loro inginocchiarsi o meno alla consacrazione del pane e del vino.

La serie delle recensioni si apre con una messa celebrata da Benedetto XVI in San Lorenzo fuori le mura (nella foto), vera stella polare della Guida con la sua “ordinaria perfezione”, ma in quelle che seguono l'eterogeneità del culto sorprende e diverte: austerità preconciliare e preti che imbracciano la chitarra elettrica, teleschermi al plasma in cappella e eterei canti di monache di clausura, mistici silenzi contro prediche bislunghe ed ereticheggianti, preti che nascondono il Crocifisso, tacciono del diavolo e ammanniscono l'Ostia nelle mani, chierichetti e finanche (discutibili) chierichette, schiere compatte inginocchiate e fedeli a passeggio per le navate e, a chiusa della messa, tenere processioni intonanti il Salve Regina o profanissimi auguri di buona domenica, buon pranzo e buona settimana. Tanta varietà si stende, nota l'autore, tra i due estremi ideali del rito teocentrico di Santa Maria della Pietà a Bologna, dove “niente canti, solo rare folate di organo tra lunghi silenzi vibranti di sacro” e della messa antropocentrica, “logorroica e fracassona” di Santa Maria a Mare, sulla costiera amalfitana, dove nel corso di un vero e proprio musical “il prete scende dal presbiterio e impugnando il microfono corre da tutte le parti, parla coi bambini, scompare dalla vista nella distrazione generale”. Liturgie tanto diverse che uno penserebbe a diverse religioni, ma “la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa universale, capace di tutto comprendere”.

Langone infatti non vuole dare patenti di cattolicità ma è inflessibile con l'errore - il brutto che diventa sacrilego - e appena meno con gli erranti, consacrati e laici, cui non risparmia strali che hanno già urtato la suscettibilità di qualcuno. Alla fine, però, la guida tiene in sé con misericordia buoni e cattivi liturgisti così come la chiesa è fatta di santi e di peccatori: l'importante è non affievolire il senso di ciò che è bello e di ciò che è brutto in una messa, in una chiesa. E la chiesa stessa, non solo la liturgia, va preservata in quanto edificio di culto pregno di senso nella sua forma classica: “si può pregare ovunque, chiaro, ma la fede si fortifica meglio laddove l'edificio parla di Dio ancor prima che lo faccia il sacerdote”. Langone teme l'incombere delle chiese postmoderne, di cui è sommo esempio quella dedicata a San Pio a San Giovanni Rotondo, progettata dall'ateo Renzo Piano: nella chiesa “hangariforme” sono assenti l'acquasanta, le candele, gli inginocchiatoi, astratti i dipinti, “emarginato e minimalista il Santissimo”, insomma fatti fuori tutti i segni che alludono alla Presenza Reale del Signore e all'Incarnazione. Un vuoto interno - talvolta è assente o stilizzata persino la croce - per chiese avantgarde all'esterno monche del campanile e quindi mute. Così l’ultima arrivata, la chiesa-cubo di Foligno commissionata a Fuksas e, ha commentato di recente l’autore della Guida,  annunciata dai suoi stessi turiferari come edificio “chiuso, criptico, astratto”: aggettivi “incompatibili con un edificio del culto cattolico, per sua natura aperto, cordiale, rivolto a tutti… perfetti invece per descrivere una loggia massonica, un carcere di massima sicurezza, un impianto per la cremazione dei cadaveri”. Le chiese sono elementi distintivi e vivi delle nostre città e Langone, memore della storia anche civile e artistica di questo radicamento, soffre di questo inseguire il vento delle mode architettoniche. La Guida, che tra le altre cose aiuta anche a togliere di torno qualche luogo comune (ad esempio, nella diocesi della scettica e mammonica Milano “il sacro è venerato e accudito”, ben più che nel Meridione che si vuole fermo a una devozione arcaica e popolana), si batte per la conservazione della forma, che è sostanza.

Già sento levarsi l'obiezione: questo Langone sarà un formalista, un esteta, e i suoi consigli rischiano di allontanare ancora di più il popolo dal rito; Dio non si cura dei dettagli ma dell'intenzione. Il contrario, piuttosto. L'imbruttimento della liturgia ha contribuito quasi quanto Repubblica a tenerci lontano dalle chiese. E quello di Langone non è formalismo, ma spirito di devozione, appunto zelo: il culto è una forma di amore e chi riserverebbe all'Amato se non il meglio, preparato con cura? Dio potrà pure farne a meno (dubito che sia indifferente, comunque), ma siamo noi ad avere bisogno della bellezza per pregare e credere più ferventemente. E' per noi una bellezza, la tradizione liturgica, che chiede di non essere manipolata: una bellezza da cui accettiamo di essere educati.

Qui più che altrove, poi, le deviazioni formali sono veramente sostanziali. Se la predica si allunga a dispetto di tutto il resto, mettendo a dura prova la concentrazione dei fedeli, la messa, da momento di adorazione in cui Cristo torna a sacrificarsi, tende verso il comizio. Se nessuno o quasi si inginocchia alla consacrazione, si vede che non crediamo più alla presenza reale del Signore nel pane e nel vino, e che Egli meriti almeno un po' di umiltà da parte nostra. Chi abbia poi da obiettare alla inflessibile battaglia contro le candele elettriche, mediti, dice l'autore, se qualcuno “porterebbe la donna che ama in un ristorante con le candele elettriche sui tavoli”.

Il nostro tempo, è vero, della chiesa al più tollera l'azione visibile della carità concreta, mentre irride la contemplazione e la preghiera come fatti ripetitivi e inutili, come flatus vocis. Non è immediato far capire che la cosa più importante e, in un certo senso, reale che la Chiesa fa su questa terra è proprio celebrare la comunione con Cristo nel culto. Con una bella, circolare immagine è stato detto che la liturgia è al tempo stesso culmine cui la Chiesa tende e continuamente fonte da cui essa trae la sua vita: nulla come la messa salva ogni volta il mondo intero.

Ecco allora che la cura per la forma è strumentale: “bello è l'oggetto, il movimento, la parola, il suono che avvicina a Dio... se una messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo”. Langone vuole che il rito torni ad essere un credibile richiamo di bellezza per gli uomini in quel settimo giorno della settimana. E il richiamo si rivolge a uomini, anche quando credenti, ormai sensorialmente saturi di suoni e visioni multimediali, dediti a zapping televisivi, inquiete divagazioni internettiane, letture a brani, ascolti random sull'Ipod. Un popolo disperso nel tutto che scorre e quindi molto meno ricettivo nei confronti della liturgia, che parla di ciò che è eterno, ma anche se vogliamo della luce soffusa nelle navate e della pittura sacra (da qualche parte Langone si è chiesto che effetto erotizzante dovessero avere certi dipinti nelle chiese prima della nudità e malizia pubblica che oggi ci circonda). Risvegliata la sensibilità liturgica innanzitutto nella chiesa dei credenti, questa riacquisterà credibilità anche agli occhi di chi credente non è, e quella di Langone è dunque compiutamente opera di apologetica cristiana.

Cosa che scalda il cuore è infine che Langone, per saggiare oltre 200 funzioni domenicali o comunque festive sparse su tutta la penisola nell'arco degli ultimi due anni, si è affidato a più di un centinaio di volenterosi, che gratis et amore Dei (ma a chi di loro andasse poi a trovare a Parma l'autore sarebbe stata offerta una bevuta di Lambrusco in via Farini) si sono recati alle messe istruiti da un questionario. Qual è il tipo di rito officiato (ambrosiano, romano, orientale, in italiano, in latino)? Dov'è posizionata la Croce? E' ben visibile? C'è l'acquasanta nelle acquasantiere? Le candele sono di cera o elettriche? Ci sono panche o sedie? I fedeli si inginocchiano alla consacrazione? Il celebrante dice o fa qualcosa di particolarmente bello o assurdo? Spicca qualcosa di singolare nell'arredo della chiesa, nel comportamento dei fedeli? C'è un coro, quali gli strumenti che l'accompagnano? E via recensendo.

Molti, tra i collaboratori, quelli che hanno cercato di loro iniziativa l'autore offrendosi alla bisogna e segnalando messe. Molti gli appartenenti ai vari movimenti ecclesiali (valga per tutti un nome: Comunione e Liberazione), ognuno con la propria sensibilità liturgica. Circa i 4/5 di questi collaboratori liturgici che vengono ringraziati alla fine della guida sono donne. Ci è sembrato che essersi affidato di preferenza a quella graziosa metà della coppia divina che è esclusa dal sacerdozio e quindi da un contatto diretto e personale coi Santi Misteri rimandi alla figura della Chiesa, sposa contemplativa del Cristo, e a una “amorevole distanza” tra fedele e celebrante, tra orante e Presenza Divina che è forse l'intima sensibilità dell'autore.

Ringraziandoli, questi ha potuto concludere, contento, d'aver registrato ovunque “una disponibilità, un entusiasmo, una giovinezza di spirito e spesso anagrafica che mi ha reso concrete le ultime parole di Gesù nel Vangelo di Matteo: ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Camillo Langone scrive quotidianamente sul Foglio e interviene su Panorama, il Giornale e Ventiquattro, il magazine del Sole 24Ore. In naturale contiguità di sacro e profano si occupa di religione, di letteratura e di enogastronomia: tutto si tiene nella civiltà cristiana di cui è originale e polemico apologeta. La Guida alle Messe, edita da Mondadori, è l'ultima sua pubblicazione.

www.camillolangone.it

Giuseppe Perconte Licatese

18/06/2009
 
 
 
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