 Dopo aver esordito come regista (“Lezione 21” nel 2008), parentesi cinematografica non proprio positiva, Alessandro Baricco ritorna alla scrittura. E lo fa con Emmaus, libro edito dalla Feltrinelli. Il titolo si riferisce al luogo in cui, secondo il Vangelo, avvenne l’incontro tra Gesù risorto e due uomini che erano ignari di chi questi realmente fosse; la sua natura si rivelerà solo quando sarà svanito. Ma cosa e quanto c’entra la religione con la trama del libro? Si seguono le vicende adolescenziali di quattro amici, Bobby, Luca, il Santo, e il protagonista e voce narrante, di cui il lettore non conoscerà il nome. Così come non è fatta menzione esplicita delle coordinate spazio-temporali in cui la storia si svolge. Ma deduciamo che siamo nella Torino degli anni settanta. Alle vite “normali” di questi cosiddetti bravi ragazzi si intreccia quella di Andre, che a dispetto del nome è una lei. Bella e dannata, e dannatamente ricca; disinibita, trasgressiva, sembra una sorta di Melissa P ante litteram. Esce dagli schemi della “normalità” già per “tradizione familiare”; come a dire, come Eschilo, che la colpa dei padri ricade sui figli, e che perciò Andre è già condannata alla tragedia. Mentre gli altri quattro, non predestinati, alla tragedia ci vanno incontro da soli. Sembra di stare a guardare un film di condanna generazionale, dove chi è buono alla fine diventa cattivo. La tranquillità di questi quattro diciassettenni viene sconvolta forse per debolezza, per emulazione, per desiderio di uscire da una vita ordinaria, di affiancarsi a chi in principio guardano da lontano. Fatto è che si dirigono sulla classica “cattiva strada”: tre si perdono, uno solo vi fa ritorno. Come il contadino “che ritorna ai campi dopo la tempesta. Si trattava solo di trovare il punto dove avevo interrotto la semina, ai primi chicchi di grandine”. Ci si interroga su cosa sia realmente la normalità. “Siamo molto normali, non è previsto nessun altro piano che essere normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza. Qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio umano”. Ma si è indotti a chiedersi anche cos’è giusto e cosa sbagliato, dov’è il male e dove il bene; temi troppo profondi per venir fuori da una trama tutto sommato stereotipata, con meno colpi di scena di quanto l’autore pensa di averci propinato. Quello che salva lo scrittore torinese (non per niente fondatore della scuola Holden, dove si studiano le tecniche della narrazione) è la sua riconosciuta e apprezzata capacità narrativa. Non è la storia raccontata che cattura, ma il suo modo di raccontare; è la sua scrittura scorrevole, naturale, che si lascia seguire, si lascia leggere sempre e comunque. Anche in questi ultimi romanzi (lontani da Novecento o da Seta), in cui non ha molto da dire, ma lo dice bene. Angela Lonardo |