Con 43 film all’attivo (attore in 28) Woody Allen è forse uno degli ultimi grandi registi di Hollywood. Leggendo “Effetti collaterali” ci si sorprende a scoprire quanto il seme della sua arte esistesse già nei suoi racconti giovanili. “La mia seconda moglie era bellissima, ma priva di vera passione. Ricordo che una volta, mentre facevamo l’amore, accadde una curiosa illusione ottica e per una frazione di secondo sembrò quasi che si muovesse.” La raccolta, apparsa per la prima volta sulla rivista “The New Yorker” e pubblicata poi in una trilogia (“Rivincite” e “Senza piume” gli altri titoli), ci mostra molto del Woody Allen che ritroveremo successivamente nelle sue numerose opere cinematografiche, ci sono i suoi tic, il suo umorismo dissacrante, la beffarda autoironia sul suo “essere ebreo”, c’è l’immancabile New York, con i suoi ambienti intellettuali, c’è chiaramente il cinema, la letteratura, la musica, e tutta la sua capacità di giocare con lo scibile umano e farne incredibile materia di non-sense e di comicità. Un intellettuale a tutto tondo insomma, capace di cimentarsi con la letteratura (e anche col teatro), senza scadere nella mediocrità, ma piuttosto riproducendo quell’eccellenza e quell’originalità che lo hanno reso grande al cinema. Le diciassette storie di questa raccolta colpiscono proprio per le idee forti che le sostengono, che ne fanno non derivazioni del suo cinema, quanto oggetti a sé stanti, unici, indipendenti l’uno dall’altro, delle autentiche chicche letterarie pervase da una vena stramba e spesso geniale. D’altra parte, la sua cinematografia ha sempre pescato a piene mani nella letteratura e nel teatro, fatta com’è di dialoghi brillanti, di battute intelligenti e cervellotiche che abbattono cliché o violano templi (“Juliet era marxista, del tipo più interessante di marxista: con le gambe lunghe ed abbronzate”), restituendoci l’immagine di un genio che si muove con disinvoltura tra riferimenti coltissimi non resistendo alla tentazione di profanarli. Il soggetto che Allen predilige come protagonista delle sue storie è sempre stato qualcuno che gli somiglia: qui può essere un professore dalla vita coniugale infelice che viene spedito da un mago nel romanzo di Flaubert, Emma Bovary (“Il caso Kugelmass”); oppure il personaggio kafkiano del “La dieta” che si chiama F. “ - E’ in gamba, questo Richter - disse il padre di F. - Ecco perché si farà strada nel mondo degli affari, mentre tu ti contorcerai sempre nella frustrazione come un parassita nauseabondo con le zampe lunghe e sottili, degno solo di essere spiaccicato.- F. si complimentò col padre per la sua lungimiranza.” Il tempo letterario ben si presta alla piena fruizione del suo humour perché offre occasione di rilettura e quindi di piena comprensione dei numerosi meccanismi che usa per far ridere. Permette di osservare le sue battute come se fossero al rallenty, capirne appieno l’intelligenza che nascondono. Altra straordinaria capacità di Allen è quella di creare battute con una duplice valenza: perfettamente inserite in un crescendo surreale e funzionale eppure dotate di vita propria, ossia capaci di essere efficaci anche se slegate dal contesto - e quante battute dei suoi film hanno avuto la forza di diventare memorabili. "Di tutti gli uomini famosi mai vissuti, quello che di più mi sarebbe piaciuto essere è Socrate. Non tanto perché era un grande pensatore, dato che io stesso sono noto per aver avuto delle pensate discretamente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette." Stefano Crupi
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