Scrivere un diario significa prendere appunti contro l'oblio. Quando a farlo è uno scrittore, nulla vieta che quelle righe possano tornare utili come una riserva di materia grezza dalla quale attingere. I diari che compongono questa raccolta dal titolo”Caccia al personaggio. Quaderni d'Africa” sono scritti in due epoche diverse: il primo, il “Diario congolese”, è del 1959, mentre il secondo, “Con un convoglio in Africa occidentale”, è del 1941. Nei diciotto anni intercorsi tra l'uno e l'altro sono cambiate molte cose. Nel 1941 Greene ha 37 anni, ha all'attivo numerosi romanzi ma non è ancora uno scrittore affermato. Inoltre c'è la guerra, con tutte le conseguenze che essa comporta: l'incertezza del futuro, la morte che aleggia come un rischio quotidiano, l'avversione verso il nemico che anima i soldati. Greene sta partendo per l'Africa (il diario si conclude nel momento in cui la sua nave attracca nella Sierra Leone), il suo scopo “un lavoro per il governo di natura piuttosto vaga”. Non ha intenzione di scrivere un romanzo che parli del viaggio che sta facendo, sta lavorando ad un saggio sui commediografi inglesi della Restaurazione e gli appunti che prende sono scritti più o meno inconsapevolmente: non sospetta che potranno tornargli utili in seguito, quando scriverà “Il nocciolo della questione”. Se l'avesse saputo, confessa nella prefazione, avrebbe preso più appunti. Invece ha dovuto, in quell'occasione, rassegnarsi alla dimenticanza: «Molti piccoli dettagli della vita a Freetown erano sprofondati per sempre nell'inconscio». Quando, nel 1959, parte di nuovo alla volta dell'Africa ha già in mente di voler scrivere un romanzo ambientato in un lebbrosario sul fiume Congo. Ma l'incipit di questo “Diario congolese” ci indica che, di quello che vuole raccontare, sa davvero poco. «...Tutto quello che so della storia a cui sto pensando è che ad un certo punto “arriva” un uomo». Da questo momento in poi inizia la “caccia al personaggio” che dà il titolo alla raccolta. Stavolta Greene sa bene la ragione per la quale scrive quelle righe: il suo viaggio di documentazione lo condurrà alla pubblicazione, due anni più tardi, del romanzo “Il caso bruciato”. Per questo annota descrizioni, dettagli, ritratti, ma ragiona anche sull'intreccio, ne spiega le ragioni, indica quali sono i suoi modelli, si preoccupa del punto di vista e della sua funzionalità: ci rende insomma compartecipi del processo creativo in atto. I suoi personaggi non sono ancora delineati definitivamente, sono cantieri aperti ai quali aggiunge di volta in volta nuovi tasselli. Il tutto senza disdegnare l'appunto sul fatterello quotidiano, nel quale indica, molto spesso, l'eccezionalità da sottolineare, o anche proprie riflessioni su quello che gli accade intorno, sulla vita d'Africa che da sempre lo affascina e lo colpisce. Le note, aggiunte successivamente dall'autore, chiariscono i percorsi che faranno alcuni degli aneddoti narrati: quelli che troveranno spazio nelle opere, quelli che fungeranno da ispirazione ma che saranno modificati più o meno profondamente, quelli che invece non verranno mai ripresi. Nonostante non siano stati pensati per la pubblicazione, i diari regalano a noi lettori un'esperienza del tutto singolare: mostrandoci, della realtà africana e del suo fascino magico, quello su cui si focalizza lo sguardo di Greene, ci introducono nel suo mondo creativo. Stefano Crupi
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