Se Giulio Tremonti ci avesse visto stamattina, avrebbe sorriso soddisfatto. Lui, Giulio, quello che “è col posto fisso che organizzi il tuo progetto di vita”, avrebbe certamente apprezzato la scena che si presentava all’ingresso della Mostra d’Oltremare. Sono le otto e ne siamo tantissimi. Tremila, forse quattro. E siamo solo una piccola percentuale di quell’esercito di centododicimila che affolleranno queste aule e risponderanno ai quiz per un posto al Comune di Napoli. Il posto fisso. E’ per questo che siamo qua. Perché la realtà è un futuro precario. Perché cercare di realizzare i propri sogni è difficile. Perché chi mangia continuerà a mangiare e chi è povero s’ e puzz e fame! E allora perché non tentare, cosa ci costa? Abbiamo tante facce, tante storie. C’è chi si è rotto di fare stage gratis, chi non trova lavoro, chi manco lo cerca, chi ce l’ha e lo vuole cambiare. C’è il vecchio disperato, il ragazzo del bar, il secchione universitario, la donna incinta, la coppia che si sbaciucchia. La fila si muove a rilento e ci avviciniamo all’ingresso con sensazioni differenti. I più la prendono con filosofia : “Ci andiamo a giocare ‘sto Win for Life…”. Risate, battute. Altri discutono animosamente della modalità del concorso. C’è chi ha già fatto il quiz nei giorni precedenti e racconta di libri da sfogliare per cercare le risposte, del poco tempo a disposizione, del divieto di usare calcolatrici. C’è quello che pensa che è tutta una farsa, chi dice che i posti sono già assegnati, chi pensa che è la solita truffa. Chi sfoglia il giornale, chi fuma nervoso, chi parla al telefono, chi sta zitto e si chiede che cosa ci fa là. Passa un’ora ed entriamo. Ci schedano, documento foglio e matita. Prendiamo posto e aspettiamo, in queste aule enormi, coi banchi piccini e le sedie di plastica, mentre una voce metallica ci spiega le regole del gioco. Settanta domande in quaranta minuti. Un punto per la risposta esatta, meno zero virgola venticinque in caso di errore. Zero se non rispondi. Sono le dieci e mezza quando ci sistemiamo tutti e possiamo cominciare. Cala il silenzio, scorre l’adrenalina, forte la concentrazione. Brusio di pagine che scorrono, rumore di matita su foglio, qualcuno che cerca di copiare da quello davanti. Il tempo vola, scandito dall’angosciante count down che si propaga attraverso il megafono. Poi finisce tutto, si consegna e come mandria si raggiunge l’uscita. Facce tese, facce rilassate, facce che ridono, facce indifferenti. Ci chiediamo come è andata, a quante ne abbiamo risposto. Perché comunque bisognava provarci. Perché l’importante è stare a posto con la coscienza. Perché i miracoli forse possono accadere. Perché un posto al sole ci sarà. O almeno così ci pace credere.
Roberto Bratti
|