Casagiove - Per tornare a Tirat Haifa i rifugiati palestinesi di prima generazione sarebbero disposti a rinunciare a tutto. A quello che hanno costruito in questi 60 anni, lontano dal loro villaggio natale, sulla costa vicino ad Haifa, e a quello che avevano quando sono fuggiti dalla guerra del 1948. Il loro sguardo è sereno, quando dicono che per rivedere il loro mare, la collina, la vecchia casa, sarebbero disposti a rinunciare a tutto. Lo dicono accanto a figli, nipoti, pronipoti, che invece con la terra hanno ormai un rapporto diverso. Distante, quasi. E’ la differenza della memoria il dato più interessante di “Una manciata di terra”, il documentario che Sahera Dirbas ha presentato il 29 maggio scorso al teatro Hakawati di Gerusalemme est. La memoria della prima generazione, struggente, narrata non solo dalle parole, ma dalle poche cose che i rifugiati sono riusciti a portarsi via, e da quei canti della nakba che le vecchie cantano ancora con lo stesso dolore. E le stesse lacrime. La memoria delle terze e quarte generazioni, che alla madrepatria lontana mettono accanto la madrepatria “nuova”: la Giordania, per esempio. Il documentario di Sahera Dirbas, lei stessa proveniente da Tirat Haifa, abbandonata nel 1948 da suo padre - a cui il film è dedicato -, è un prodotto esemplare di “storia orale”: la storia di una famiglia, di un villaggio, dei protagonisti e di coloro che i racconti della nakba li hanno ascoltati per anni e anni, come l’epica di un popolo. Ma è anche altro. E’ la descrizione degli elementi determinanti della cultura palestinese: il rapporto con il mare, con gli alberi di olivo, con la famiglia, con il canto. E con la terra, ovviamente, declinata secondo un vocabolario dell’olfatto e dell’erbario palestinese: la terra che si sposta, dentro un sacchetto di plastica, da Tirat Haifa e raggiunge Ramallah, la Giordania, la Siria. Se i rifugiati non potranno tornare a Tira, sarà la terra ad andare da loro. Se non potranno essere seppelliti a Tira, la terra di Tira sarà comunque sotto la loro testa, nell’ultimo riposo. Autoprodotto, senza finanziamenti, frutto di un lavoro (volontario e caparbio) durato due anni e condotto assieme a cameraman e montatori che hanno creduto al progetto, “Una manciata di terra” non è solo un documentario, non è solo storia orale. E’ il fotogramma sulle rughe di un popolo. Miriam Vitale
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