Una certezza radicata che quasi noi tutti abbiamo è quella di poter riporre la nostra più cieca e completa fiducia nei nostri genitori. Il male, nella forma dell'inganno e del tradimento, ce lo si aspetta da chiunque ma non da chi ci ha messo al mondo e cresciuto; se poi chi ci ha messo al mondo non ci ha cresciuto ma ci ha abbandonato cosa ci si deve aspettare? Il figlio più piccolo della sgangherata e disgiunta famiglia che Pupi Avati porta in queste settimane nelle sale cinematografiche è uno di quelli che ripongono la fiducia in un padre assente, che dopo anni ritorna e millanta un ravvedimento, intestando al figlio l'impero finanziario di cui è al vertice. Il giovane Baldo, ingenuo e sovrappeso studente al DAMS, crede alle buone intenzioni paterne. Del resto da sempre sono i padri che salvano i figli; certo non immagina che il padre, pur di salvarsi dal crollo finanziario, non si faccia il minimo scrupolo nel rovinargli la vita. Il regista livornese, dopo il Papà di Giovanna, analizza ancora una volta il rapporto padre-figlio. Ma se il papà di Giovanna (Silvio Orlando) è iperpremuroso, colui che per la sua devozione, il suo amore assoluto e incondizionato è il padre che tutti vorrebbero avere, il papà di Baldo è esattamente il contrario. Avati in questo film è quanto mai cinico, sembra indagare in modo crudo, senza alcuna compassione ma solo condanna, le debolezze umane: una donna (Laura Morante) che definirla fragile è poco, senza un briciolo di dignità e completamente in balìa del suo uomo, che è pronta a riaccogliere dopo essere stata raggirata economicamente e sentimentalmente; uomini che per raggiungere il potere sono disposti e pronti a tutto. Dopo aver rivolto il suo occhio al passato (Gli amici del bar Margherita), il regista italiano più eclettico si occupa del presente, e sceglie di raccontare quello più marcio, corrotto, popolato da furbetti del quartierino. Porta sul grande schermo la realtà presa direttamente dalla cronaca, senza filtri, sconti e mezze misure, in una commedia che è un suo personale omaggio alla commedia italiana degli anni d'oro (quella per intenderci di Una vita difficile di Dino Risi). Come suo solito il regista si mette in gioco nella scelta del cast, si diverte a prelevare personaggi da contesti per loro familiari, per inserirli in altri desueti. Lo ha già fatto con Abatantuono e Greggio, ed ora è la volta di un altro comico, De Sica, che trascina fuori dai cinepanettoni per affidargli un ruolo drammatico. E dopo la scoperta di Alba Rohrwacher punta su un altro esordiente; la sua scommessa vinta ha il nome di Nicola Nocella, appena uscito dal Centro Sperimentale di Cinematografia, che nel suo ruolo di protagonista suscita la nostra piena tenerezza. E se la Morante è sempre brava, ma in una veste usuale, tra isterismi e confusione psicologica, in cui siamo fin troppo abituati a vederla, è Zingaretti, nel ruolo di uno squalo della finanza, che è sempre diverso da se stesso, e sempre con credibilità. Un film che in modo disincantato descrive una società inquinata, dove il fine giustifica i mezzi e in cui il regista pare pervenire a darci un monito, quello di non fidarsi mai di nessuno. Angela Lonardo
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