 Caserta - “Dammi del tu, il lei lo lasciamo usare ai politici per creare distanza”, inizia con un pungente e non casuale riferimento all’incapacità di amministrare la res publica, che diventerà argomento principale delle sue risposte, l’intervista a Ennio Fantastichini. Il pluripremiato attore del nostro cinema (Nastro d’argento, David di Donatello, Ciak d’Oro) è in scena dal 20 al 22 gennaio al teatro Comunale di Caserta con Il Catalogo, spettacolo tratto dall’omonimo libro di Jean Claude Carrière per la regia di Valerio Binasco. È direttamente Fantastichini, prima del suo debutto sul palco di via Mazzini, a spiegarci il testo: “La trama racconta di Jean-Jacques, avvocato di successo che tiene un catalogo di tutte le donne incontrate nella sua vita, ma considerando la sua solitudine direi in forma non morbosa, ma pietosa. Una mattina gli piomba in casa la sconosciuta Suzanne, che è alla ricerca del fantomatico signor Ferrand. L’incontro nei momenti giusti fa sì che si catalizzino i cambiamenti ed ecco che così l’incontro tra due solitudini farà accendere una serie di micce emotive e comportamentali tra questi due prototipi umani”. Cosa ti ha attratto di questo lavoro? “Innanzitutto la possibilità di lavorare con Valerio Binasco e di condividere con la mia amica Isabella Ferrari il piacere di fare qualcosa insieme che riguardasse le relazioni. E poi il fatto di portare in scena un testo drammaturgicamente molto vicino al dramma generale della nostra epoca, la facilità e allo stesso tempo l’incapacità di relazionarsi e comunicare, che propone due prototipi, uno maschile ed uno femminile, consueti e parallelamente inconsueti. È stato scritto negli anni sessanta, ma questa distanza temporale gli ha fatto guadagnare molto in contemporaneità. Con il regista abbiamo deciso di aprire la porta segreta di questa drammaturgia, una possibilità era quella di scorrere sopra la sua leggerezza, l'altra di andare dietro le quinte, e la parte nascosta è decisamente la più interessante”. Rispetto al copione hai aggiunto qualcosa di personale al personaggio di Jean-Jacques? “No, Jean-Jacques non mi appartiene, io ho un altro tipo di solitudine, più malinconica, e non sono così maniacale nei rapporti con le persone, ma condivido con lui una sorta di stupore infantile. Mi piace molto lo sguardo di quest’uomo sul mondo di Suzanne che arriva destabilizzata e destabilizzante a sconvolgere il suo ordine. Spero che siamo riusciti ad accendere la curiosità nell’aprire uno sguardo sulla nostra società, dove le relazioni non passano più per il pH, per il mondo degli odori e del tatto, ma per finzioni mediatiche e digitali. Mio figlio quindicenne mi racconta dei segreti di Facebook che io detesto, ho bisogno di un rapporto fatto di concretezza. Oggi ci si incontra facilmente, magari anche solo per fare del sesso, ma in realtà c'è una grande diffidenza, la narrazione è molto vicina a delle esperienze della nostra contemporaneità”. Il tuo è un ritorno a teatro dopo una lunga assenza. “Sono dodici anni che non facevo teatro e mi sembra di notare che il pubblico è ossessionato nel guardare qualcosa che lo riguarda direttamente. La formazione che ho avuto era completamente diversa, ma oggi Dostoevskij lo leggono in pochi. Se sono ritornato con questo copione è perché offre spunti di riflessione ed io appartengo ad una generazione a cui non interessa la risata tout court, mi interessa una risata sedimentata e strutturata”. Nella tua lunga carriera ci sarà sicuramente un personaggio cui ti sei avvicinato con maggiore empatia e uno, al contrario, cui ti sei approcciato con maggiore difficoltà. “Assolutamente sì! Un personaggio a cui mi sono sentito più vicino emotivamente è stato nel film Controvento di Peter del Monte dov’ero Leonardo, infermiere che si divideva tra due amori. Mi sembrava molto attraente perché era un personaggio che lavorava sull'affettività e non sull'amore, un prototipo inconsueto nella nostra cinematografia. Mi sono invece sentito molto a disagio in alcuni prodotti televisivi, uno su tutti La freccia nera, anche perché l’approccio della scrittura era più superficiale”. Ed in questi casi come si fa a portare avanti il lavoro? “Sono esperienze che ti segnano, io non ho mai piacere a fare questo lavoro, è un dolore quando in alcuni posti trovi un pubblico degradato nell'approccio. Ma poi c'è anche un pubblico dove senti che sta passando qualcosa e il teatro riacquista il suo potere sacerdotale. In un Paese come il nostro, gerontofilo per la politica e pedofilo per lo spettacolo, quando si supera una certa età si entra in un range pericoloso, il teatro diventa una sorta di rifugio dal rumore, da tanta gente che parla inutilmente. Cerco sempre queste occasioni che il teatro offre per fare in giro politica culturale attiva. Il teatro e la cultura sono l'unico modo per centralizzare la politica. Sono sostenitore del nostro Saviano e della capacità di ribellarsi, sono figlio di un partigiano quindi sono resistente, ma con le armi della poesia e dell’indignazione”. È notizia di pochi giorni fa che si è fermata la corsa del film Terraferma di Crialese agli Oscar. Tu che ne sei uno dei protagonisti, ci sai dire cosa manca al cinema italiano? “La corsa agli Oscar presuppone una serie di investimenti. Anch'io ho avuto un film, Porte aperte, che entrò nella cinquina, ma non ebbe il supporto d'investimenti necessario a garantire una certa visibilità. È penoso che qui venga prodotto solo quello che si vende, a differenza della Francia che non sostiene il cinema che incassa, ma quello che ha dei valori. Mi mette molta tristezza pensare che è Checco Zalone ad aver avuto il più grande incasso nella storia del cinema italiano. Siamo in un Paese che decide di comprare centodieci aerei e di non tassare lo Stato pontificio, ma di tagliare gli investimenti alla cultura e alla ricerca, e che ha perso il rispetto per gli anziani. Questo è un Paese morto. Piuttosto tagliamo le macchine blu, mandiamo a casa i parassiti e quelli che non comprendono che la cultura non è una spesa, ma un investimento!”. Angela Lonardo |